La sfida agli stereotipi di genere nei media e nel linguaggio

La sfida agli stereotipi di genere nei media e nel linguaggio

Gli stereotipi di genere sono oggetto di attenzione, in particolare nel settore dei media, perlomeno dal 1995 quando l’ONU riconobbe che i media sono strategici per l’avanzamento della parità fra donne e uomini in tutto il mondo indicando come obiettivo per tutti gli stakeholders (aziende, istituzioni, enti di ricerca e così via) di promuovere una rappresentazione di genere non stereotipata.
Il presupposto alla base di questo obiettivo chiama in causa il potere dei media come agency, nel duplice senso di agenzia di socializzazione, che contribuisce, insieme alla scuola, alla famiglia, al gruppo di pari, alla formazione dei/lle giovani in età scolare e di attori sociali, che partecipano attivamente alla condivisione di idee e valori in una determinata società.
Per lungo tempo il potere dei media come agency è stato interpretato come assoluto e unilaterale. Lo sviluppo del settore delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, con l’avvento dei social media, e lo sviluppo di teorie e metodologie di ricerca sempre più complesse hanno reso evidente che il potere dei media è sempre situato, nello spazio e nel tempo, e negoziato con il pubblico. È entro questi margini di negoziazione che è possibile sfidare gli stereotipi di genere.

Ma cosa sono gli stereotipi di genere?
Potremmo definire gli stereotipi di genere come rappresentazioni delle donne e degli uomini preconcette, cioè che prescindono dall’esperienza e dalla conoscenza diretta della realtà; rappresentazioni che hanno la caratteristica di essere semplificate, attribuendo alle donne e agli uomini caratteristiche generalmente riconosciute come tipiche del gruppo sociale di appartenenza, e rigide, cioè che faticano a modificarsi con il tempo, e, infine, rappresentazioni che orientano le aspettative sociali.
Nella comunicazione, gli stereotipi sono spesso una “scorciatoia” funzionale alla trasmissione di un messaggio, perché non richiedono spiegazioni, basandosi su idee preconcette ampiamente condivise in una determinata cultura. Ma gli stereotipi possono essere dannosi, perché, nascendo da processi di distinzione, da un lato, e di generalizzazione, dall’altro, possono discriminare un gruppo rispetto a un altro. In particolare gli stereotipi di genere nascono per distinzione fra due gruppi sociali, donne e uomini, che storicamente sono in posizione asimmetrica e gerarchica fra loro.

Cosa significa sfidare gli stereotipi di genere?
Sfidare gli stereotipi di genere significa dunque rivedere criticamente le rappresentazioni di genere semplificate, rigide e asimmetriche, e sostituirle con rappresentazioni articolate, innovative e paritarie. La ricerca della parità non implica un misconoscimento delle differenze fra donne e uomini, ma una valorizzazione della differenza che non ostacoli le aspirazioni delle une e degli altri, specialmente nell’età evolutiva.

La lingua italiana e gli stereotipi di genere
Per esempio, i media del nostro Paese hanno a disposizione un enorme potenziale rappresentato da una lingua gender-marked, qual è l’italiano, in cui il genere di una persona può essere correttamente “marcato” dal genere grammaticale, femminile o maschile. Questo “potere” della lingua può essere usato per nominare professioni e cariche storicamente appannaggio maschile, rendendo esplicito il riferimento a una donna, contribuendo così a sfidare gli stereotipi di genere relativi ai percorsi di studio e di carriera delle ragazze. Diversi studi di psicolinguistica e neurolinguistica dimostrano infatti che i nomi con riferimento umano codificano stereotipi di genere inconsapevoli e ampiamente condivisi in una determinata comunità linguistica. Per esempio, in inglese la parola doctor (medica/o) è stereotipicamente associata agli uomini, e la parola nurse (infermiera/e) alle donne, anche perché storicamente la professione medica è stata praticata più dagli uomini che dalle donne, viceversa la professione infermieristica più dalle donne che dagli uomini. E gli stereotipi hanno sempre un collegamento con la realtà, per questo sono così potenti.

Alcuni di questi studi dimostrano che, nelle lingue come l’italiano, con un sistema grammaticale gender-marked, l’uso delle forme femminili contribuisce a ridurre gli stereotipi di genere nei giovani e nelle giovani in età scolare. L’ingresso delle donne in professioni un tempo esercitate solo o prevalentemente dagli uomini non è coinciso, in Italia, con la diffusione dell’abitudine a nominare le donne con nomi femminili, sia nel caso di nomi attestati nella letteratura, sia nel caso di nomi non esistenti, ma facilmente realizzabili per “mozione”, seguendo il sistema grammaticale italiano che, a seconda della classe nominale di un nome, dispone di specifici morfemi indicativi del genere femminile o maschile. Per esempio, i nomi che al maschile terminano in -o al femminile terminano in -a (medic-o/-a), i nomi che al maschile terminano in -ere al maschile terminano in -era (infermier-e/-a). Ancora oggi tuttavia c’è una tendenza a nominare le professioniste al maschile, invocando il cosiddetto “maschile neutro”, una forma che in italiano non esiste e altro non è che un modo per nascondere l’identità di genere, evidentemente condizionato da stereotipi sociali fortemente resistenti, che occorre superare per liberare le aspirazioni delle ragazze, e anche dei ragazzi (sì, l’ostetrico esiste!).

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