Simulazione della prima prova di Italiano dell’Esame di maturità. Riflessioni e suggerimenti

Simulazione della prima prova di Italiano dell’Esame di maturità. Riflessioni e suggerimenti

Il professor Claudio Giunta commenta le prove di simulazione della prima prova di Italiano dell’Esame di maturità in occasione dell’Esame Day di Deascuola.
Trovate qui i testi per la simulazione della prova di Italiano da condividere con le vostre studentesse e con i vostri studenti e le griglie di valutazione fornite dal professor Alessandro Mezzadrelli.

Proposta A1 – Gabriele d’Annunzio, Il piacere

Pubblicato dall’editore Treves nel 1889, Il piacere di d’Annunzio fu, secondo Giuseppe Primoli, «il romanzo italiano più notevole dopo I promessi sposi». Oggi non sottoscriveremmo questo giudizio, sia perché all’inizio degli anni Ottanta erano usciti I Malavoglia di Verga (e nello stesso 1889 Mastro-don Gesualdo), nonché un romanzo molto bello e dimenticato come L’eredità Ferramonti di Chelli (1883), sia perché lo stile di d’Annunzio, così enfatico e sovrabbondante, ci appare piuttosto lontano dal nostro gusto. Riconoscerlo non significa sminuire né la qualità letteraria di questo scrittore né la sua importanza storica. Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, i libri di d’Annunzio sono parte di quella transizione del romanzo europeo che porta, per così dire dal romanziere-sociologo, quello che (come aveva scritto Balzac) vuole «fare concorrenza allo stato civile», al romanziere-psicologo, quello che approfondisce un carattere individuale, un carattere complesso, problematico, quasi malato, come quelli che si trovano al centro dei romanzi di Oscar Wilde (Dorian Gray) o Joris-Karl Huysmans (Des Esseintes) o, in Italia, di Fogazzaro (il Piero Maironi di Il Santo) o Pirandello (Il fu Mattia Pascal).

La prima parte dell’elaborato può concentrarsi dunque sulla posizione storica del romanzo, per poi rispondere partitamente alle domande di comprensione e analisi: il riassunto, la riflessione sui tempi della narrazione (che sono dilatati, come sempre accade in quei momenti di pausa che sono le descrizioni: e qui può stare benissimo un parallelo con la tecnica cinematografica, posto che specie all’inizio di un film il regista “esplora” un ambiente con lenti movimenti di macchina prima di far entrare in scena i personaggi: i registi imparano dagli scrittori), infine un breve profilo di Andrea Sperelli per come ci appare in questa pagina: un dandy viziato, raffinatissimo, superficiale, completamente centrato su sé stesso. 

La seconda parte dell’elaborato sollecita riflessioni più personali sul tema dell’attesa. Il candidato può far riferimento a opere che può conoscere attraverso gli studi di storia dell’arte (certe atmosfere sospese dei dipinti di De Chirico, per esempio) o di letteratura (per antonomasia: l’attesa di Vladimiro ed Estragone in Aspettando Godot di Beckett; o una poesia bellissima anche se meno nota di Paul Eluard, La fronte contro i vetri: «Io ti cerco al di là dell’attesa, / al di là di me stesso…»). Ma può anche approfittare della libertà che la traccia gli concede e raccontare di un proprio ricordo legato a un particolare momento di attesa, angosciosa o euforica, per esempio misurando la differenza che c’è tra un’attesa di più di cent’anni fa, quando non esistevano device elettronici a distrarci o a farci passare il tempo, e un’attesa odierna, quando la nostra attenzione è costantemente divorata da uno schermo. Abbiamo abolito la noia o l’abbiamo semplicemente trasferita su un altro piano? Ed esiste ancora il piacere (e l’incertezza) di attendere, in un’epoca in cui sappiamo sempre dove sono gli altri, e possiamo sempre raggiungerli?

Proposta A2 – Eugenio Montale, Portami il girasole ch’io lo trapianti

È una poesia del primo Montale, il Montale poco più che ventenne, e la luce e l’arsura possono ricordare al candidato una poesia che certamente ha letto, Meriggiare pallido e assorto, e forse anche altre poesie di Ossi di seppia che – come fanno queste due – mettono in relazione elementi del paesaggio e stati d’animo individuali. Prima di procedere all’analisi del testo può essere utile dare qualche ragguaglio sulla storia e la struttura di questa raccolta, cruciale nella storia della poesia del primo Novecento.

L’analisi riprende le domande poste nella traccia chiarendo i punti della poesia che possono apparire poco chiari a una prima lettura. Per esempio salino adoperato come un sostantivo anziché come aggettivo; gli azzurri specchianti che si possono parafrasare semplicemente con “la volta azzurra del cielo”; il termine desueto ventura, che significa “sorte, destino”, ma forse anche “fortuna” (nel senso che svanire è la migliore delle sorti possibili); i difficili versi finali, dove è arduo dire a che cosa corrispondano le «bionde trasparenze» (forse i riflessi del sole estivo nel cielo?) e che cosa significhi «vapora la vita quale essenza» (o meglio, la parafrasi non presenta problemi: “la vita esala, si dissolve come un’aria leggera”; ma non è chiaro a che cosa, a quale genere di esalazione esattamente si riferisca). 

La categoria di “correlativo oggettivo” rimanda alla teoria del poeta statunitense T.S. Eliot, ed indica una classe di oggetti, immagini o situazioni concrete che esprimono un’emozione senza nominarla direttamente, vale a dire che, invece di dire il sentimento, il poeta lo evoca attraverso questi oggetti, dando al lettore un’immagine che si fissa nella sua memoria con più forza di un concetto o di una costellazione di parole. Poniamo, pensando allo Spleen di Baudelaire: non “sono triste” bensì “una moltitudine di ragni tesse la sua tela nel mio cervello”. Qui il girasole che il poeta desidera, ma non possiede, sembra essere il possibile rimedio a una condizione di aridità e pena: il «mio terreno bruciato dal salino» non andrà inteso come terra reale ma come stato d’animo; e tuttavia anche il girasole, orientato verso il sole, desideroso di luce, è definito «ansioso», e soprattutto la seconda strofa evoca un’atmosfera di consunzione, addirittura di morte («svanire»), sicché è difficile qualificare come “positivo” il sentimento che emerge dalla poesia, nonostante la sua (apparente?) solarità. Ma altre interpretazioni, puntuali o complessive, sono possibili. 

Il suggerimento relativo all’interpretazione è molto impegnativo, perché uno dei compiti dell’arte è appunto quello di cercare un senso e una speranza in un mondo che appare privo di significato. Questa ricerca, in Montale, produce un’immagine ben nota, che è quella dell’«anello che non tiene», o dell’oggetto salvifico che permette al poeta di trascendere la limitatezza umana (questo potere lo ha qui in parte, forse, il girasole). Qualcosa di analogo si trova in scrittori contemporanei di Montale che nelle loro opere hanno riflettuto sul senso dell’esistenza, primi fra tutti i grandi narratori modernisti: Proust, Kafka, Virginia Woolf, la quale nello splendido romanzo Gita al faro sviluppa un motivo – quello della rivelazione improvvisa di una verità sino ad allora nascosta, della “epifania” – che può far pensare a più di una lirica di Ossi di seppia.

Proposta B1 – Ivana Tuzi, Il tempo come nuovo indice di ricchezza

Nel primo secolo dopo Cristo, in un breve trattato intitolato De brevitate vitae (“La brevità della vita”), Seneca osservava che la vita non è breve, siamo noi a sprecarla: la gran parte degli esseri umani perde il suo tempo in occupazioni inutili, piaceri superficiali e ambizioni vuote, mentre i saggi si dedicano alla meditazione e allo studio, investendo in cose serie e importanti il tempo che gli è dato da vivere. 

È un punto di vista sensato, ed è anche un modo di vita ammirevole, se si riesce a seguirlo. Ma dai tempi di Seneca sono passati due millenni, e l’idea di poter vivere una vita in totale autonomia, disponendo in toto del proprio tempo, appare piuttosto illusoria. Sia perché per essere, come si dice, “padroni del proprio tempo” bisogna avere risorse economiche sufficienti, e pochi ce le hanno; sia perché ci sono molte cose, nella vita contemporanea, che sembrano essere state inventate precisamente per rosicchiare i minuti e le ore della nostra giornata. 

Ciò premesso, il candidato potrebbe procedere nel modo seguente. Partire dalla storia, e riflettere su ciò che è cambiato, nel corso degli ultimi decenni, nella vita degli italiani e degli europei a causa dell’invenzione di un gran numero di macchinari time-saving (come i treni, gli aerei, gli elettrodomestici, che hanno avuto un ruolo cruciale anche nell’emancipazione femminile) ma anche di un gran numero di macchinari time-consuming (come la televisione). In questi ultimi decenni (e questa può essere la seconda parte dell’elaborato), la produzione di oggetti che chiedono la nostra attenzione e il nostro tempo è cresciuta a ritmi impensabili: internet, il wi-fi e gli smartphone ci permettono di fare molte cose quasi istantaneamente, ma la loro pervasività ha provocato, soprattutto nei più giovani che non hanno memoria del mondo pre-digitale, un’allarmante crisi di attenzione e concentrazione. A questo punto il candidato potrà ricorrere alla sua esperienza personale, e dire come e quando, e quanto, le “comodità” del mondo digitale hanno fatto sì che il suo tempo si consumasse in attività superflue o addirittura sciocche (“scrollare” sul cellulare, guardare video insulsi sui social network, messaggiare di continuo su WhatsApp, eccetera).

Proposta B2 – Hannah Arendt, La banalità del male Eichmann a Gerusalemme 

In che misura le nostre azioni sono libere e in che misura sono determinate dal contesto in cui siamo nati, cresciamo, operiamo? E in che misura chi “obbedisce semplicemente agli ordini” può essere ritenuto colpevole, e punito, se la sua obbedienza ha recato danno a (o addirittura ha ucciso) degli innocenti? 

Il caso Eichmann è paradigmatico, nel momento in cui ci si pongono quesiti come questi. 

Dopo la Seconda guerra mondiale, Adolf Eichmann, che aveva condotto allo sterminio nei Lager migliaia e migliaia di prigionieri ebrei, riuscì a fuggire in Argentina sotto falsa identità. Nel 1960 fu catturato dal servizio segreto israeliano (Mossad) e portato in Israele. Il processo si svolse a Gerusalemme nel 1961 e attirò enorme attenzione internazionale. Eichmann fu accusato di crimini contro l’umanità e contro il popolo ebraico. Durante il processo si difese sostenendo di aver semplicemente eseguito ordini superiori. La filosofa Hannah Arendt seguì il processo e coniò l’espressione “banalità del male”. Secondo Arendt, Eichmann non era affatto un mostro bensì – e in ciò stava la sua “normalità” – un burocrate incapace di pensare criticamente. Il tribunale lo dichiarò colpevole e lo condannò a morte: Eichmann fu giustiziato nel 1962.

Questo lo sfondo storico, che consente di rispondere agevolmente anche alle domande di comprensione e analisi. Eichmann era una “rotella” quando lavorava per il mostruoso macchinario di sterminio nazista, ma torna ad essere un uomo quando entra in tribunale, e come uomo responsabile delle sue azioni dovrà essere giudicato. Certo, Eichmann viveva e operava in un contesto che gli chiedeva obbedienza e sollecitava determinati comportamenti. In tal senso va letta la frase di Arendt «la psicologia e la sociologia moderna ci hanno troppo abituati a vedere la responsabilità di chi agisce alla luce di questo o di quel tipo di determinismo». Siamo cioè propensi, oggi, a ritenere che le azioni degli esseri umani non siano veramente libere, ma condizionate o addirittura determinate (di qui determinismo) dalla loro situazione sociale o psicologica. Certo, ma tutto ciò non cancella la volontà individuale, altrimenti ogni abominio, anche il peggiore (e la condotta di Eichmann è stata abominevole), sarebbe giustificabile. 

Alla luce di questo esempio storico, la traccia chiede che il candidato rifletta sulla sua esperienza personale, e qui non sarà difficile – s’intende: su un registro meno tragico – ricorrere a qualche esempio. Un adolescente ha già per forza di cose vissuto in contesti allargati (la scuola, la squadra di calcio, la compagnia di amici, ma anche la stessa famiglia), e non sarà difficile riflettere su casi in cui ci si è sentiti “trascinati” dal comportamento degli altri ma si è stati capaci di resistere oppure, al contrario, non si è stati capaci di farlo, e ci si è appunto giustificati dicendo che “così voleva la maggioranza”, o “così mi hanno detto di fare”.

Proposta C2 – Aldo Grasso, L’intelligenza artificiale che va «aldilà»

Come prima cosa sembra opportuno riassumere il testo di Aldo Grasso (magari dicendo anche, se lo si sa, che Grasso è uno storico dei mass-media che si occupa anche, sul «Corriere della Sera», di costumi contemporanei), spiegando ciò che a una lettura sommaria può essere oscuro: termini come “necromanzia” (evocazione dei defunti, interazione con loro) e “ologramma” (riproduzione di un’immagine fotografica in tre dimensioni attraverso un fascio laser), ma anche un concetto non trasparente come “elaborazione del lutto” (che per Sigmund Freud è il processo psicologico attraverso il quale si affronta il dolore per la perdita di una persona cara).

Ciò premesso, l’elaborato può articolarsi in due punti, concentrandosi prima sul passato e poi sul presente. Nel passato più remoto non si dava alcuna forma di comunicazione tra i vivi e i defunti, se non attraverso la pratica magica della necromanzia, che la Chiesa cristiana ha sempre condannato come superstizione (o, nella Summa theologiae di Tommaso d’Aquino, empia volontà di collaborare con le forze demoniache). Quella che lo storico Jacques Le Goff ha chiamato «l’invenzione del purgatorio», all’inizio del secondo millennio – ovvero la creazione di un “regno intermedio”, temporale e non eterno, tra inferno e paradiso – ha cambiato le cose, e i cristiani hanno cominciato a pensare che le preghiere dei vivi potevano alleggerire le pene delle anime del purgatorio, gettando insomma un ponte, una via di comunicazione tra il mondo terreno e l’aldilà. La letteratura ha preso atto di questo mutamento: e – lasciando da parte le varie “visioni” medievali che precedono Dante – il candidato potrà riflettere appunto su quel monumentale “dialogo coi defunti” che è la Commedia

Seconda parte. Nel mondo secolarizzato in cui viviamo (un mondo in cui, almeno in Occidente, la forza del dogma religioso è infinitamente meno grande rispetto a com’era anche solo un secolo fa) resta vivo il desiderio di mettersi in comunicazione con le persone care che ci hanno lasciato, ma è venuta meno la fiducia che tale comunicazione possa avvenire attraverso la religione (la preghiera, il colloquio coi propri morti) o la magia (il fascino delle sedute spiritiche, che ha sedotto molti nel corso del Novecento, sembra essere svanito: e forse è bene così…). Ecco allora che si inventano dei surrogati, anche con l’aiuto della tecnologia: l’intelligenza artificiale che “ricrea” la voce dei defunti e permette a questa voce di articolare dei dialoghi realistici. Ma in questo modo l’angoscia della perdita non è cancellata, è soltanto coperta da un velo di finzione: anziché aiutarci ad aprire gli occhi, la tecnica ci invita a chiuderli: ecco quindi che la riflessione su questa moda bizzarra (la digital afterlife industry) può ampliarsi e diventare una riflessione sul nostro rapporto con gli strumenti con cui da circa mezzo secolo l’informatica ha invaso le nostre esistenze. Rappresentano un reale progresso? Migliorano le nostre vite o ci nutrono di illusioni?

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