
Lo calpestiamo in tutti i momenti incuranti della sua storia. Sempre più spesso è imprigionato da cemento e asfalto o condannato da decenni di inquinamento. Noi sapiens siamo abitanti della pedosfera ma al terreno che ci sostiene rivolgiamo pochissima attenzione o cura. Affermare che “il suolo ci sostiene” non è una frase allegorica o poetica. È un dato scientifico: in un paio di grammi di suolo sono ci sono 9 miliardi di unità di vita. In uno strato sottilissimo di terra (30-40 cm) si concentra il 30% della biodiversità della vita terrestre ed è in queste due spanne di terra che si genera e si rinnova continuamente la vita. Il tronco di un albero schiantato o il corpo di un animale morto si biodegradano e nuovi viventi, vegetali e animali, possono nascere e crescere. Il 90% del nostro sostentamento è collegato al suolo, perché il terreno raccoglie, purifica e custodisce l’acqua dolce, indispensabile alla vita.
Il suolo è un ecosistema e per farsi consapevoli del trattamento che in Italia riserviamo al nostro territorio si può consultare l’ultimo rapporto annuale nazionale sul consumo di suolo in Italia curato da ISPRA (Istituto Nazionale per la Protezione dell’Ambiente). L’ultima edizione disponibile (24 ottobre 2025) misura in 2,7 metri quadrati al secondo, 230 ettari/giorno, la quantità di suolo che è stato consumato in Italia nel 2024. L’appartamento in cui normalmente abita una famiglia verrebbe trasformato in qualcos’altro in 30 secondi, non più casa vostra ma un parcheggio, un centro commerciale, una strada, una abitazione, un capannone industriale. Un incremento del 15,6% rispetto al 2023. Oggi le infrastrutture, gli edifici e altri tipi di coperture artificiali occupano il 7,17% del territorio italiano, mentre la media in Europa è del 4,4%.
Non scelgo a vanvera la parola “casa”: il vostro appartamento è la vostra casa esattamente come un prato, un bosco, il letto di un fiume sono la casa di vegetali e animali che devono traslocare altrove o venire uccisi. Ogni nuovo strato di cemento crea una barriera impenetrabile, non c’è più vita sopra e lentamente tutto muore anche sotto.
Il suolo consumato è perduto per secoli: ci vogliono anche mille anni prima di ripristinare il 100% della vitalità di un terreno ex-industriale, dove non era stata creata una pavimentazione capace di trattenere gli inquinanti. In Italia sono oltre 16 mila i siti ex-industriali e gli edifici dismessi da bonificare, ma le procedure sono complesse o bloccate, oppure mancano fondi pubblici. Dunque, molto più facile autorizzare nuove costruzioni su prati o campi che riciclare un terreno inquinato.
Il suolo è sotto attacco quotidianamente dagli allevamenti intensivi e dall’agricoltura aggressiva (pesticidi, liquami zootecnici, scarichi illegali) o per l’erosione conseguente al taglio indiscriminato dei boschi. E poi gli incendi, intensificati anche dal clima sempre più secco, e in ultimo sono arrivate le microplastiche, disperse in mare, trasportate e sparpagliate ogni dove con il ciclo dell’acqua.
Noi sapiens non abbiamo consapevolezza del suolo: sappiamo bene che la base di un bosco, un prato, è un luogo attraversato da un fiume, ma non lo vediamo come un ecosistema. Lo percepiamo come semplice superficie, non come spessore. Eppure, è custode di un terzo della biodiversità, è l’habitat di miliardi di esseri viventi come batteri, funghi, alghe, collemboli, acari, anellidi, millepiedi e centopiedi, larve, aracnidi, insetti di ogni genere che vivono aggrovigliati da apparati radicali (la rizosfera) molto più estesi di quello che ci immaginiamo. E sappiamo bene come l’esistenza di tutto il mondo animale (tranne una modesta parte di chi vive nell’oceano) dipende dalla buona salute del mondo vegetale. Nei primi 30 centimetri di un ettaro di terreno sano ci sono 15 tonnellate di organismi, l’equivalente di 20 mucche. Un suolo sano è poroso, e permette uno scambio continuo tra sopra e sotto di energia vitale e sostanze nutritive. Anche perché il suolo, che contiene miliardi di tonnellate di carbonio grazie all’assorbimento delle piante, è un grande regolatore climatico.
Su un territorio abbondantemente impermeabilizzato le piogge intense provocano alluvioni con molta più facilità. La tendenza degli ultimi 25 anni evidenzia chiaramente che il regime delle piogge in Italia è cambiato: i fenomeni climatici estremi (nubifragi che in poche ore rovesciano al suolo la pioggia che un tempo cadeva nell’arco di settimane) fanno più danni dove il suolo non è poroso. È assurdo insistere nel fare nuove costruzioni laddove è prevedibile una inondazione: i costi futuri dei danni saranno sempre più alti del ritorno di quell’investimento economico di oggi.

Di tutto questo non c’è traccia nel discorso pubblico, nei programmi politici, nei piani e nelle leggi urbanistiche. E anche a scuola si parla di suolo in diversi punti del programma ma non viene studiato come ecosistema di ecosistemi. Il suolo come entità continua a essere invisibile, considerato solo una superficie da irrorare di sostanze chimiche o soffocare col cemento. E così alla terra che calpestiamo non viene riconosciuto il suo status di corpo vivente, natura non rinnovabile e non resiliente. Fuori dell’agenda dei beni comuni, il suolo rimane un prodotto di mercato.
La disattenzione verso il suolo inteso come scrigno di biodiversità si manifesta in gesti, scelte economiche che rischiano di peggiorare le cose anziché migliorarle. Ad esempio, il 21 novembre 2025 il governo italiano ha approvato il decreto-legge 175 che si occupa, in mezzo ad altre cose, della “produzione di energia da fonti rinnovabili”. Circa l’installazione di nuovi impianti di pannelli fotovoltaici a terra, il decreto permette di usare in modo più vantaggioso aree libere rispetto alle superfici già impermeabili, ovvero un campo incolto può diventare più velocemente un campo fotovoltaico rispetto ai tetti di un capannone industriale o a un territorio abbandonato (magari perché c’è stata la delocalizzazione di una produzione). Non si prevede alcun monitoraggio delle caratteristiche e della qualità dei suoli prima di installare i pannelli. Se il suolo non coltivato diventasse bosco, a rispristinare biodiversità (seguendo l’articolo 9 della nostra Costituzione), creare corridoi ecologici e assorbire CO2, e il fotovoltaico fosse sistemato dove il suolo è già occupato e impermeabilizzato, avremmo una perfetta win-win situation.
A tutela del suolo possiamo invocare l’applicazione del regolamento europeo sul ripristino della natura intitolato Nature restoration law (Nlr), numero 1991 del 29 luglio 2024. I Regolamenti europei, ricordiamolo, sono immediatamente operanti nei Paesi membri, sono legge da subito. Il Nrl obbliga i paesi membri dell’Unione Europea a dotarsi di misure efficaci per ripristinare «almeno il 20% delle zone terrestri e almeno il 20% delle zone marine entro il 2030 e tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino entro il 2050» (articolo 1). Quindi intervenire su «almeno il 30% della superficie totale di tutti i tipi di habitat» elencati nel regolamento (articolo 4). E la quota di habitat da restaurare sale al 60% entro il 2040. Il 23 ottobre 2025 il Parlamento europeo ha quindi approvato la Direttiva sul monitoraggio dei suoli, per la resilenza del suolo attraverso la sua gestione sostenibile.
Una precisazione: “ripristinare un habitat” o “gestione sostenibile di un suolo” non significa automaticamente creare aree protette dove ogni attività umana è assolutamente vietata. Un parco pubblico è un habitat ripristinato, idem un allevamento a terra biologico, o si possono depavimentare delle zone per far crescere nuovi alberi (che d’estate terranno più fresche le case, più del condizionatore).
I regolamenti UE non si impongono “come” e “dove”. Ogni istituzione e ogni ente locale, nell’ambito della propria autonomia, deve porsi la questione e, prima di varare un nuovo piano regolatore o di approvare varianti a quello in essere, deve analizzare con occhi nuovi il proprio territorio e capire gli interventi necessari. Pensando al futuro delle nuove generazioni. Il consumo di suolo nel 2024 è invece parecchio aumentato e anche il 2025 ha proseguito la tendenza. Restano meno di quattro anni per intervenire nel rispetto della Nature restoration law.
Attività di educazione ambientale e cittadinanza
Quando una questione ambientale ci appare troppo grande, sconfinata, lontana è facile che ci si senta sopraffatti, troppo “piccoli” e isolati per agire. Il senso di impotenza genera disimpegno e rischiamo l’assuefazione. E dunque l’immobilismo, oppure l’eco-ansia. Bisogna contrastare questa deriva, spostando il punto di vista. Occorre ricordare, anzitutto, che ogni individuo, pur non potendo intervenire direttamente sui grandi processi globali, opera quotidianamente all’interno di sistemi collettivi più ampi: comunità locali (come la scuola), ambiti professionali, istituzioni, reti sociali, organizzazioni formali e informali. È in questi contesti che le scelte, i comportamenti e le competenze individuali entrano in relazione con quelle di altri, contribuendo a orientare pratiche, decisioni e priorità. Il senso di efficacia nasce quando si riconosce questa collocazione e si comprende che il proprio contributo ha una scala definita, limitata ma concreta.
Secondo elemento fondamentale per rinforzare l’attivismo è stimolare il senso critico. Si parte dai dati: se ho la misura del fenomeno che voglio contrastare capisco meglio cosa proporre e mi accorgo rapidamente se la strategia che ho seguito ha funzionato, perché la misuro anche dopo. Inoltre, se introduco un’azione, sostenuta dal dato scientifico e legittimata dal riferimento a regolamenti europei e leggi italiane, allora posso anche individuare chi non si prende la responsabilità, si nasconde dietro la burocrazia o interessi fintamente superiori.
Provando a mettere al centro di una attività di educazione ambientale/cittadinanza i problemi del suolo, così come li abbiamo appena raccontati, la prima cosa da fare è munirsi di rotella metrica, di planimetrie e mappe, e misurare. Come sono organizzati gli spazi esterni alla scuola? C’è un cortile in cemento o asfalto? C’è un prato? Ci sono alberi o siepi? C’è un parcheggio? Come è pavimentato? Idem per i luoghi dove abitano le famiglie delle allieve e allievi della vostra classe: quanto suolo è impermeabilizzato e non più libero? Lo stesso si può fare allargando lo sguardo al quartiere dove è collocata la scuola o dove abitano le famiglie. Accanto alle misurazioni a terra si possono raccogliere delle fotografie, magari usando piccoli droni con fotocamera.
Il materiale va organizzato quindi, dividendo la classe in gruppi di lavoro. Fate scatenare la fantasia: dove si potrebbe agire per liberare il suolo? Vale tutto, mi raccomando! Non ponete vincoli, esortate al pensiero critico e libero. Tutti i desideri sono progetti “in potenza”, non vanno biasimati o criticati. Quando serve, occorre suggerire un maggior confronto tra i ragazzi per evidenziare eventuali criticità lampanti. Ovviamente i ragazzi potrebbero non avere un’idea dei costi di realizzazione, ma questo aspetto va messo inizialmente da parte: tutto ha un costo, ma se ogni azione necessaria al benessere della comunità e al benessere dell’ambiente lo valuto da subito a partire dai costi rischio di incrementare il pessimismo della classe.
Un aspetto correlato al suolo libro o cementificato è l’assorbimento del calore: se conduco l’attività in primavera inoltrata posso usare un termometro a infrarossi o, per misurare la temperatura terra in una giornata di sole a mezzogiorno, prima in una zona pavimentata e subito dopo dove c’è una aiuola, magari ai piedi di un albero, bastano le mani. Si può evidenziare la differenza dell’assorbimento del calore tra suolo libero e suolo asfaltato usando una semplice termocamera da collegare a un pc portatile e scattando delle “fotografie” delle diverse situazioni.
Tutti i progetti pensati dai ragazzi vanno commentati da una figura tecnica che si occupi di urbanistica o architettura, geologia o agronomia (magari si può invitare in classe un rappresentate dell’assessorato all’ambiente del vostro Comune) per valutarli insieme e in modo costruttivo, comprendendo la fattibilità, i costi, gli iter per chiedere il cambiamento.
Un buon esempio, anche per ispirare i ragazzi è il Tegelwippen, ovvero il campionato nazionale di rimozione delle mattonelle d’asfalto, organizzato nei Paesi Bassi. I Comuni gareggiano per togliere asfalto mettendo al suo posto terra e piante. Da quando è iniziato il campionato (nel 2024) sono state 14,5 milioni le mattonelle rimosse. Utopia che diventa realtà in Olanda, innescando la voglia di continuare a cambiare.
Fonti e approfondimenti
- Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2025 – SNPA – Sistema nazionale protezione ambiente
- Banca dati nazionale ufficiale dei siti contaminati e da bonificare: MOSAICO
- European Soil Data Center (ESDAC): Soil Atlas of Europe – ESDAC – European Commission
- Green to Grey. How Europe is squandering the little nature it has left
- Fare decrescita. Pensare e costruire comunità