
Chiunque si sia trovato a correggere un pacco di testi argomentativi alle medie conosce bene il sapore della frustrazione. Assegniamo una traccia (il solito «Sei favorevole o contrario ai compiti delle vacanze?» oppure «I giovani e lo smartphone») e riceviamo in cambio un paio di colonne di foglio protocollo estorte a forza come una confessione sotto interrogatorio, in cui la grafia si sfilaccia pur di raggiungere la dignitosa lunghezza di una riga e dichiarare finita la tortura.
E il paradosso è che, fuori e dentro la scuola, i nostri studenti e le nostre studentesse argomentano eccome. Magari lo fanno su social network i cui algoritmi, pensati per provocarci, premiano i toni più accesi e lasciano poco spazio alle sfumature tra un’opinione e l’altra, o a margine di post sotto i quali la forma più efficace di dissenso è l’insulto. Ragazzi e ragazze in quel mondo ci stanno dentro tutti i giorni, e le regole le imparano lì.
Come se ne esce? Non ho una soluzione, e diffido di chi dice di averla. Una strada possibile passa (anzi, parte) dalla letteratura, che questa cosa la fa da sempre: guardare le cose da una prospettiva che non è la nostra, ma di cui possiamo arrivare a comprendere le ragioni, senza necessariamente arrivare allo scontro.
La porta dietro lo schedario
Nel mezzanino di un grattacielo newyorkese, dietro uno schedario, c’è una porticina. Chi la varca finisce dietro le pupille di John Malkovich e, per quindici minuti, guarda il mondo con gli occhi dell’attore. L’invenzione grottesca di Essere John Malkovich (Spike Jonze, 1999) descrive bene ciò che facciamo ogni volta che entriamo in un racconto: prendiamo in prestito per qualche pagina il punto di vista di un altro. Ma che cosa succede se gli occhi che abbiamo preso in prestito rivolgono lo sguardo proprio su di noi, sulla nostra famiglia, sul nostro pianeta?
Una quarantina di anni prima che il film uscisse nelle sale, Isaac Asimov giocava a rispondere a queste domande nel racconto Razza di deficienti (1958). Il protagonista è un burocrate extraterrestre di nome Naron. Il suo compito? Tenere aggiornati i registri dell’universo, in particolare il volume che annovera le civiltà abbastanza mature da entrare a far parte della Federazione Galattica. Un giorno un messaggero lo informa che, sulla Terra, gli esseri umani hanno raggiunto un importante traguardo tecnologico: hanno imparato a innescare una reazione termonucleare. Naron apre il registro con solennità e annota il nome del nostro pianeta tra le civiltà finalmente mature. Ma un dubbio gli ferma la mano: usano già questa energia per i viaggi interstellari?, chiede al messaggero. No, risponde lui, per ora fanno esplodere le bombe sul proprio pianeta. Indignato, Naron cancella il nome della Terra dal registro galattico e sentenzia: «Razza di deficienti!».
Per uno studente delle medie, addestrato a pensare che l’Homo sapiens sia il vertice indiscusso del creato, questo racconto è una salutare doccia fredda. La bomba atomica, che sui manuali di storia si studia come una rivoluzionaria conquista scientifica e tragedia geopolitica, vista da una sedia a dondolo stellare è solo la bravata di un ragazzino che gioca con i fiammiferi in una stanza piena di benzina.
Basta una pagina e mezza per iniziare a chiederci: che figura facciamo visti da fuori? E se, con la nostra classe, accettassimo di aprire quella porta e di osservare il mondo in cui viviamo con gli occhi di Naron? Che cosa scopriremmo che prima non riuscivamo a vedere?

Rispondere a queste domande è la scommessa di uno dei percorsi tracciati da Felicemente (Deascuola, Petrini) per scoprire i generi letterari: partire dalla letteratura per guardare con occhi nuovi i pregiudizi, gli stereotipi e i ruoli che diamo per scontati e magari, tra gli infiniti futuri possibili, immaginare quello che ci piacerebbe costruire insieme.
Un rapporto per la Federazione Galattica
Dopo aver letto il racconto in classe (ne abbiamo scelto apposta uno molto breve: bastano pochi minuti), possiamo animare un confronto a partire da una domanda stimolo, come ad esempio: «Se Naron tornasse oggi sulla Terra, che cosa noterebbe di strano, di insolito?»
Annotiamo alla lavagna le prime osservazioni (se la risposta è un po’ timida e vogliamo rompere il ghiaccio, iniziamo noi stessi a fare qualche ipotesi, come la buffa abitudine di fotografare il cibo prima di mangiarlo). L’obiettivo, in questa fase di riscaldamento, è allenare lo sguardo a riconoscere ciò che, visto dall’esterno, potrebbe apparire curioso, contraddittorio o addirittura assurdo.
Poi dividiamo la classe in piccoli gruppi e a ciascuno di essi affidiamo un campo di ricerca: la famiglia, la scuola, lo sport, il lavoro, il linguaggio, la pubblicità, i social network… Ogni gruppo compila un rapporto ufficiale per la Federazione Galattica, spiegando che cosa potrebbe attirare l’attenzione di Naron e come il suo giudizio potrebbe esserne influenzato.
Quando i rapporti sono pronti, ciascun gruppo li condivide con la classe: tutte queste bizzarrie sono i motivi per cui Naron potrebbe escluderci dalla Federazione, e che noi dovremo confutare. I nostri punti deboli li abbiamo trovati da soli, e non è stato nemmeno troppo difficile.
Un pianeta da salvare?
A questo punto si può tornare dall’altra parte della porta e prendere la parola. Facciamo finta di appartenere anche noi alla Federazione Galattica, con l’incarico di convincere Naron a dare alla Terra un’altra possibilità. Che cosa gli diremmo per contestare o ridimensionare le sue critiche? La posta in gioco non è più soltanto un voto sul registro di italiano, ma la sopravvivenza stessa del nostro pianeta.
Che cosa resta
Un collega potrebbe dire: bello, ma è solo un gioco, e all’esame i ragazzi dovranno motivare le loro opinioni sul riscaldamento globale o sul bullismo, non sulla Federazione Galattica.
Vero.
Ma la competenza che serve è la stessa, che qui si allena senza la pressione di una tesi calata dall’alto: sul bullismo ognuno ha già la risposta giusta in tasca, e il tema è un mero esercizio di stile; sulle sorti del pianeta nessuno ha la risposta pronta, e quindi tocca ragionare. Dopo l’attività, quando si torna alle tracce canoniche, ragazzi e ragazze hanno imparato la cosa più difficile, cioè guardare la propria opinione come la guarderebbe un altro. Ora si tratta di rifarlo su un argomento diverso. Non sarà automatico, ma non si parte da zero.
Il punto non è imparare a vincere le discussioni. È accorgersi che, per difendere una posizione, bisogna prima aver capito quanto possa apparire fragile vista da fuori. Non so se questo basti per insegnare ad argomentare, immagino di no. Ma almeno abbiamo imparato una cosa importante: prima di dire a un’altra persona che ha torto, dobbiamo provare a metterci nei suoi panni. A tredici anni, mi sembra già molto.