In fuga da Kiev: la storia di Aksieniia

In fuga da Kiev: la storia di Aksieniia

La guerra in Ucraina, oltre alla tragedia della distruzione, ci offre storie di fughe drammatiche e pericolose. Aksieniia vive a Kiev con i suoi quattro figli: quando, il 24 febbraio 2022, l’esercito russo invade il suo Paese, la sua esistenza viene improvvisamente sconvolta. Per fuggire da quello che le appare sempre più come un pericolo incombente e inevitabile, decide di raggiungere il confine con la sua famiglia. Inizia così un viaggio verso l’ignoto che, tra incertezze e tormenti, la porterà in Italia, la meta che nel suo cuore rappresenta l’approdo ideale per ricostruirsi una nuova vita. Ascoltiamo la sua testimonianza, piena di dolore e speranza, che dà voce a tutti i profughi ucraini costretti ad abbandonare le loro case in cerca di futuro.

Secondo i dati del Ministero dell’Interno, dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina (24 febbraio) a inizio maggio sono arrivati in Italia circa 107.00 ucraini in fuga dal conflitto. Sul totale, circa 56.000 sono donne, circa 14.000 uomini e circa 37.777 minori. Le città di destinazione dichiarate all’ingresso in Italia sono Milano, Roma, Napoli e Bologna. In Italia si è attivato un sistema di accoglienza che, oltre a mettere a disposizione risorse e strutture pubbliche, ha coinvolto le organizzazioni del privato sociale, assegnando un ruolo cardine agli enti del Terzo settore, alle associazioni di volontariato e agli enti religiosi, e coinvolgendo le famiglie italiane e quelle ucraine che già vivevano nel nostro Paese.

Aksieniia, ci racconti la tua storia? Da dove vieni? Com’è la tua famiglia?

Sono nata nella città di Odessa, sulla costa meridionale dell’Ucraina affacciata al Mar Nero, e mi sono trasferita a Kiev all’età di 30 anni.

Mi sono laureata all’Istituto di tecnologia dell’informazione con una specializzazione in Sistemi informatici e reti e, quando è iniziata la guerra, lavoravo all’Università di telecomunicazioni di Kiev come assistente presso il Dipartimento di Analisi dei Sistemi; ero attiva anche nel settore amministrativo.

Vivevo in un appartamento in affitto a Kiev con i miei quattro figli: Albert, 14 anni, frequentava la prima superiore, suonava il violino e praticava l’aikido; Ada, 9 anni, era in quarta elementare, studiava flauto alla scuola di musica e amava disegnare; Mark ed Eduard, 4 anni, andavano all’asilo. Tutti erano impegnati nei giorni feriali dalla mattina alla sera.

Quando hai deciso di lasciare il tuo Paese?

Giovedì 24 febbraio sono andata al lavoro e, nonostante Kiev avesse già subito attacchi aerei e i miei figli avessero visto un aereo militare nel cielo e sentito alcune esplosioni, non avevo nessuna intenzione di partire.

Ero molto legata al mio lavoro ed ero sicura che il giorno seguente avrei partecipato a una riunione importante, dato che in quel momento sostituivo ufficialmente il capo dipartimento. Improvvisamente mi sono trovata a scegliere tra il senso di responsabilità professionale, che dava priorità al ruolo di capo dipartimento, e la sicurezza dei miei figli. Qualche giorno dopo, il 4 marzo, il collega che stavo sostituendo sarebbe rientrato al lavoro, e così ho pensato che per il fine settimana sarei andata in Transcarpazia, al confine dell’Ucraina, e da lì avrei considerato la situazione e preso una decisione.

Dal 25 febbraio al 4 marzo c’era solo una settimana e pensavo che, se la situazione fosse peggiorata, avrei potuto prendere ferie anche prima che fosse tornato il collega che stavo sostituendo. Ma già il 25 febbraio la situazione è precipitata, così ho deciso di andare al confine.

Quali difficoltà avete incontrato?

Quando siamo arrivati ​​alla stazione ferroviaria, abbiamo visto diverse centinaia di persone che volevano partire, ma era difficile trovare i biglietti per qualsiasi direzione. I treni partivano sovraffollati e con molto ritardo.

Dopo una lunga attesa, siamo riusciti a salire per ultimi su uno dei treni allestiti per i profughi. Mentre salivamo a fatica, ho spinto dentro prima mia figlia e poi il mio primogenito, perché potesse prendersi cura di lei se non fossi riuscita a salire sul treno con i bambini più piccoli. Poi siamo rimasti tra la folla e in attesa per diversi minuti, fino a quando sono riuscita a far salire anche i più piccoli e saltare dentro anch’io.

Sul treno io e mio figlio maggiore stavamo appoggiati su una gamba, mentre i gemelli erano seduti sulle valigie di altri passeggeri. Dopo un viaggio interminabile siamo arrivati ​​alla città di Leopoli, nell’Ucraina occidentale.

Abbiamo viaggiato per 9 ore, un tempo molto lungo per questo tragitto. Lungo la strada abbiamo superato la città di Vinnycja, dove venivano sganciate le bombe. Vedendo questa situazione, mi sono resa conto che era impossibile rimanere in Ucraina e che dovevamo lasciare il nostro Paese.

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Il viaggio verso Leopoli, stipati nel vagone assieme a molte altre persone in fuga.

Com’è stato il viaggio verso il confine ucraino?

A Leopoli, dalla stazione siamo andati in città e abbiamo cenato in un bar. Poi ho comprato dei generi alimentari per il viaggio e siamo tornati alla stazione per prendere lo stesso treno di evacuazione con cui eravamo arrivati ​​a Leopoli. Sapevo già che sarebbe ripartito e che ci sarebbero state diverse centinaia di persone in attesa, quindi sono andata un’ora e mezza prima della partenza, e i bambini e io siamo stati quasi i primi a salire sul vagone.

A un certo punto abbiamo sentito delle esplosioni e abbiamo avuto l’istinto di scappare e perdere il nostro posto scendendo dal treno e rischiando la vita. Già una prima volta avevamo preferito il rischio alla sicurezza, quando a Kiev, sotto il fragore delle esplosioni, siamo andati alla stazione mentre tutti i nostri vicini fuggivano nel rifugio. I miei figli più piccoli, senza che dessi loro spiegazioni, hanno capito il pericolo e, nonostante la loro giovane età e l’impossibilità di camminare a lungo, hanno corso lungo la strada cercando di arrivare velocemente alla stazione. Questa volta, però, siamo rimasti sul treno ed è stata la nostra salvezza.

Anche la possibilità di stare seduti ci ha salvato, perché abbiamo viaggiato verso la Polonia per 10 ore e il mio figlio più giovane si è sentito male. Eravamo rimasti senza acqua e lui era in uno stato vicino alla perdita di coscienza: se fossimo rimasti in piedi, non sarebbe stato in grado di sopportare un viaggio così lungo.

Alla fine avete raggiunto la Polonia…

Sì, ma il tragitto è stato tormentato. Sulla strada per la Polonia abbiamo aspettato a lungo in aperta campagna, per qualche tempo il treno è stato completamente chiuso e ci è stato chiesto di sdraiarci per terra o sui sedili in modo che non fosse visibile che c’erano persone a bordo del treno. Siamo rimasti sdraiati così per diverse ore, con i bambini che cercavano costantemente di alzare la testa. In quel momento ho dovuto scegliere quale di quelle quattro piccole teste avrei dovuto coprire, perché ho solo due mani.

Alla fine siamo giunti in Polonia, nella città di Medyka, e poi un volontario ci ha portato a Cracovia. Qui ci siamo fermati per passare la notte in una chiesa. Ci hanno dato da mangiare, e abbiamo lasciato le scarpe invernali e indossato scarpe da ginnastica. Dato che non avevamo portato nulla con noi dall’Ucraina, perché eravamo sicuri di andare da nostri parenti nella zona occidentale del Paese, abbiamo chiesto ai volontari una valigia e abbiamo preso dei pannolini e del cibo per il viaggio.

Quando abbiamo attraversato il confine con l’Ucraina, sapevo già che non sarei rimasta in Polonia. La Polonia era solo una delle tappe per arrivare in Italia.

Come hai scoperto l’Italia?

Ho scoperto l’Italia 7 anni fa, quando sono venuta nella città di Rimini con un gruppo di atleti ucraini per una competizione sportiva. Sono una specialista IT, ma fin dalla mia giovinezza mi sono dedicata anche alla ginnastica ritmica, alla danza e allo yoga, e da adulta ho praticato danza a livello professionale.

E in un momento in cui era finanziariamente possibile viaggiare all’estero, mi sono unita alla squadra di ballo ucraina. La competizione è durata cinque giorni, ma la mia esibizione è stata di soli due giorni, così ho potuto lasciare la squadra a Rimini e visitare diverse città da sola, Venezia, Verona, Milano. Girando, in particolare a Verona, ho sentito l’atmosfera di casa, delle mie origini. Sentivo quei luoghi vicini a me con un’intensità che non percepivo nemmeno a Kiev, dove vivevo.

Perché hai scelto di concludere qui il tuo viaggio? 

Sono di Odessa, non ho mai vissuto Kiev come la mia casa. Odessa è una città straordinaria e unica. Anticamente era un porto franco, ricco di tante nazionalità; nutre come una culla uno spirito forte e ottimista. In Italia ho visto tanti sorrisi, e mia città d’origine è considerata una città dell’umorismo. La sua architettura francese e greca la avvicina alle città europee e così, attraversata Verona, mi sono sentita a casa. Passeggiate serali di giovani, tanti caffè all’aperto… Ma la sensazione forte di essere a casa è impossibile da descrivere: non si tratta solo di edifici o passanti o caffè, è un senso di profonda calma.

Una volta tornata a Kiev, ho potuto fare dei confronti e capire quanto l’Italia mi fosse vicina. Così, quando è diventato chiaro che per la nostra sicurezza avremmo dovuto lasciare il territorio ucraino, decisi che saremmo andati in Italia.

Ci racconti del vostro arrivo in Italia?

In Italia non sapevo a chi rivolgermi e, mentre venivamo dalla Polonia a qui, cercavo su Telegram dei contatti che ci potessero aiutare. Non avevo soldi per viaggiare, c’erano solo quelli per la spesa: al momento della partenza avevo programmato di stare con i parenti in Transcarpazia per alcuni giorni, ma non per uno spostamento così lungo. In quel momento non avevo ancora un piano su come arrivare in Italia, tutto è nato durante il viaggio.

Dopo aver trascorso la notte a Cracovia, ho letto che il governo polacco aveva permesso ai cittadini ucraini in fuga dalla guerra di spostarsi gratuitamente in Polonia, così la mattina siamo andati alla stazione. Volevo prendere un biglietto per Berlino, anche se a quel tempo la Germania non permetteva il viaggio gratuito: siamo arrivati lì il giorno dopo, al mattino. Era il nostro terzo giorno in viaggio.

A Berlino, siamo andati in un centro per rifugiati, dove ci hanno detto che potevamo riposare solo consegnando i documenti, altrimenti non ci avrebbero fatto entrare. Abbiamo accettato queste condizioni e così ci siamo riposati e cambiati d’abito. Abbiamo conosciuto una famiglia russa che vive in Germania da 20 anni: ci hanno aiutato a tornare alla stazione, si sono resi disponibili ad accompagnarci e siamo partiti per Monaco. Quel giorno, il governo tedesco ha permesso agli ucraini di viaggiare gratuitamente, ma solo in Polonia e Germania.

Dal momento che non c’era una rotta diretta da Berlino per l’Italia, ho deciso di avvicinarmi andando a Monaco. Qui abbiamo dovuto comprare i biglietti dell’autobus via Zurigo per non pernottare in città, dal momento che, a differenza di Berlino, a Monaco il sostegno agli ucraini non era stato ancora organizzato. Abbiamo passato di nuovo la notte on the road e alle 3 del mattino eravamo a Milano.

Quando sono scesa alla stazione, speravo di incontrare qualcuno o almeno di trovare un rifugio per la mattina, ma faceva freddo e non c’era posto per aspettare. Ho prenotato l’hotel più vicino, a 700 metri dalla stazione, ma quando siamo arrivati alla reception, la prenotazione non era confermata: abbiamo dovuto passare la mattina in ospedale, dove un volontario ci ha portato in un luogo di accoglienza dove abbiamo passato la notte successiva. Al mattino ho scritto a tutti coloro che potevano aiutarmi e ho poi scoperto l’indirizzo della chiesa ucraina…

Siete stati aiutati da qualcuno?

Mentre stavamo andando alla chiesa ucraina, lungo la strada un uomo molto giovane ci ha invitato nel suo bar, che gestiva con suo padre. Ha visto quanto eravamo stanchi e ha insistito perché entrassimo. Mentre ci stava servendo, ha fatto venire una donna di nome Barbara, che ci ha portato in chiesa e si è offerta di aiutarci. Abbiamo preso un’altra valigia, in modo che i bambini non avessero nulla da portare, e siamo ripartiti sulla macchina di Barbara. Lei e suo marito ci hanno trovato una sistemazione in un hotel e più tardi siamo stati presentati a Vanda. Vanda, Barbara e le loro famiglie e i loro amici ci hanno aiutato durante questi due mesi. Abbiamo incontrato persone meravigliose.

Dopo aver soggiornato per un certo periodo in hotel, ci siamo sistemati in un appartamento e ci siamo affidati a Marco, che ci aiuta in tutto. Ha sistemato i bambini a scuola, ha organizzato corsi di lingua e provvede al nostro sostentamento. Molti amici ci portano cose, giocattoli, libri. Abbiamo anche conosciuto la comunità ebraica che ha aiutato mio figlio con un tecnico informatico, in modo che potesse continuare a studiare a distanza per finire il liceo. Siamo incredibilmente fortunati e incredibilmente felici qui, nonostante la difficile situazione nel nostro Paese d’origine.

Le persone citate nel racconto, che si occupano di assistere i profughi ucraini, fanno parte di una piccola associazione di volontariato: Azul Onlus. [NdR]

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La famiglia di Aksieniia, finalmente in Italia per ricostruire una nuova vita.

E ora, quali sono i tuoi programmi?

Al momento sto studiando italiano. Sfortunatamente la legge ucraina vieta ai dipendenti di imprese statali di lavorare a distanza e così ho dovuto interrompere le mie attività professionali in Ucraina. E ricominciare una nuova vita in Italia.

I bambini hanno già iniziato a integrarsi. Per i gemelli ci saranno occasioni coinvolgenti per imparare l’italiano come una madrelingua. Anche mia figlia e il maggiore a scuola potranno imparare l’italiano e costruire qui il loro futuro. Vedo il mio futuro nel campo delle tecnologie informatiche. Quando imparerò bene la lingua, sarò in grado di fare molto di più che svolgere compiti in un team di lingua inglese solo per sfamarmi, come fanno molti specialisti IT.

Potrò lavorare a tempo pieno, comprendendo gli italiani e contribuire a questo Paese. In futuro, tra qualche anno, vorrei ricominciare a insegnare e a fare ricerca, perché credo che questo possa giustificare la mia esistenza in questo mondo. Ma prima devo stabilizzare la mia vita in Italia e fornire vitto e alloggio alla mia famiglia. Quando avrò risorse sufficienti e potrò provvedere autonomamente alla vita con i miei figli, come accadeva a Kiev, ho intenzione di impegnarmi per aiutare gli altri, perché sono convinta che, se una persona ha qualcosa che può condividere, allora deve farlo senza esitazione.

Strumenti didattici

Qui puoi scaricare la Scheda stampabile con il profilo geografico dell’Ucraina. Puoi utilizzarla nelle tue lezioni in presenza o a distanza per far conoscere questo Paese ai tuoi studenti.

Qui puoi accedere ai materiali “Emergenza educativa Ucraina” messi a disposizione dal MIUR per garantire agli studenti ucraini in fuga dalla guerra le condizioni per proseguire il loro percorso scolastico e educativo.

DeA Formazione propone un webinar sul tema:

Emergenza ucraina: l’accoglienza a scuola

09 Maggio 2022 – ore 17:00 – 18:30

Un incontro formativo rivolto ai docenti della Scuola Primaria, Scuola Secondaria di I grado, Scuola Secondaria di II grado sul tema dell’accoglienza e integrazione a tutti i bambini e i ragazzi ucraini in età scolare in fuga dal loro Paese.

Durante il webinar verranno affrontati i seguenti temi:

  • Aspetti pedagogici e accoglienza per la pedagogia del ritorno
  • La cura delle relazioni con le famiglie
  • Le indicazioni ministeriali: azioni, strumenti, opportunità dell’autonomia
  • Suggerimenti per il prossimo anno scolastico.

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