Guerra in Ucraina e cooperazione: la voce di Caritas Ambrosiana (parte 1)

Guerra in Ucraina e cooperazione: la voce di Caritas Ambrosiana (parte 1)

Allo scoppio della guerra in Ucraina – il 24 febbraio 2022 – Caritas Ambrosiana si è immediatamente attivata per portare aiuto ai profughi in fuga dal conflitto. Da allora non ha mai smesso di operare – in Italia e nei territori limitrofi al teatro di guerra, in particolare in Moldova – con assistenza, forniture di beni di prima necessità e iniziative di sostegno psicologico. Che tipo di intervento ha attuato? A quali principi si è ispirata? E, dopo mesi di guerra, quali sono le prospettive per il popolo ucraino? Ne abbiamo parlato con due operatori Caritas che coordinano i progetti a favore dell’Ucraina. In questa prima intervista, approfondiamo l’intervento sul fronte internazionale: a farci da guida è Sergio Malacrida, responsabile degli interventi in Moldova

Sergio, prima di entrare nel vivo del nostro dialogo, ci puoi spiegare qual è la finalità generale di Caritas Ambrosiana e come è organizzata?

Caritas Ambrosiana è lo strumento ufficiale della Diocesi di Milano, una vasta porzione di territorio che raccoglie più province ed è una delle più grandi in Europa. Caritas promuove, attiva e coordina iniziative caritative e assistenziali con l’obiettivo di testimoniare la carità, attivare le comunità territoriali, promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo, la giustizia sociale e la pace.

Non opera da sola, ma in network e attraverso collegamenti con le Chiese sorelle. Un intervento che si svolge in coordinamento con le altre strutture, in particolare Caritas italiana che è la capofila di tutte le attività nazionali e a cui ogni nostro intervento fa riferimento.

Il nostro, quindi, è sostanzialmente un intervento locale, all’interno del territorio della Diocesi, ma operiamo anche all’estero sulla base di partnerariati, collegamenti, legami e gemellaggi che sono stati costruiti negli anni con realtà di altri Paesi. Nel caso dell’Ucraina, Caritas Ambrosiana ha aderito all’appello di Caritas Internationalis, la struttura centrale che ha sede in Vaticano, la quale ha attivato la sua rete globale per rispondere all’emergenza umanitaria provocata dall’invasione militare.

In occasione della crisi ucraina, quali iniziative ha messo in campo Caritas Ambrosiana sul fronte internazionale, quello più vicino al “teatro di guerra”?

La vocazione primaria di Caritas Ambrosiana è locale, ma in questo caso è stato naturale attivarsi anche all’estero, in particolare in Moldova, un Paese confinante con l’Ucraina con cui esistono legami di collaborazione da oltre 15 anni, con progetti consolidati e una presenza attiva di volontari e operatori italiani.

Questo legame ci ha permesso sia di offrire fin da subito accoglienza ai profughi che allo scoppio del conflitto affluivano ai confini moldavi, sia di far pervenire aiuti concreti alla Caritas di Odessa, in Ucraina.

La scelta di Caritas è stata chiara fin dall’inizio: dare ascolto a chi, sul territorio interessato dall’emergenza, sa individuare un bisogno ed è in grado di indirizzare una risposta agli eventi efficace, mirata e utile. Per questo non sono stati organizzati carichi umanitari in partenza dall’Italia, che pur nella bontà delle intenzioni avrebbero rischiato di intralciare l’organizzazione locale degli aiuti, ma si è preferito dare un sostegno economico direttamente a chi già operava nel contesto di crisi.

Uno stile di intervento che vuole evitare azioni impulsive ed emotive, magari di grande esposizione mediatica, ma privilegia un appoggio silenzioso ed efficace, rispettoso dell’attività di chi opera sul campo.

Nel contesto delicato e rischioso del territorio interno ai confini ucraini, che tipo di intervento avete attivato?

Per dare un dato di contesto, va ricordato che dallo scoppio della crisi la tipologia prevalente di intervento in Ucraina si è focalizzata sul sostentamento primario. L’Ucraina è un Paese che ha visto repentinamente crollare del 40% il PIL nazionale e le cui strutture pubbliche funzionano a fatica. Deve inoltre far fronte anche al fenomeno destabilizzante dei rifugiati interni, che ammontano a circa 7 milioni e si sono concentrati soprattutto nella zona occidentale del Paese creando non pochi problemi: in alcune città, per esempio, il numero di bambini e ragazzi in età scolare è aumentato di alcune decine di migliaia di unità, un numero davvero insostenibile per qualsiasi amministrazione. Non è semplice operare in uno scenario così complesso e insicuro.

In Ucraina, Caritas vive una situazione particolare: in questo Paese infatti convivono due Chiese cattoliche, quella di rito orientale (greco-cattolica) distribuita a occidente del Paese, e quella di rito latino, sovrapposta alla precedente o radicata in territori diversi. Esistono di conseguenza due Caritas ucraine diverse che fanno riferimento a queste due realtà ecclesiali: esse, però, hanno lavorato assieme e dall’inizio del conflitto hanno sostenuto moltissime persone fornendo cibo, acqua, vestiti, protezione… Il loro operato si è svolto in condizioni difficili: anche Caritas ha avuto i suoi morti, a Mariupol durante un bombardamento. In questo contesto, Caritas Ucraina nonostante grandi fatiche, grazie anche al fitto network di collaborazioni, è stata in grado di sostenere oltre 4 milioni di persone.

Tutti i beni primari sono arrivati e continuano ad arrivare dalla frontiera polacca, perché una delle due Caritas nazionali ha attivato fin da subito una collaborazione con i colleghi della Polonia per individuare le reali necessità e di conseguenza le tipologie di beni da acquistare. È stato poi costruito un hub logistico in grado di raccogliere e distribuire i beni. Oggi questi centri sono sei, diffusi in tutto il Paese.

Se in un primo tempo le forniture erano indirizzate solamente a cibo, soprattutto per i piccoli, e generi di prima necessità, poi si sono via via specializzate (non food items). Oggi le distribuzioni vengono effettuate attraverso centri territoriali (ben 488 quelli organizzati dalla Chiesa cattolica) e ogni kit contiene cibo e prodotti per l’igiene, buoni per una o due settimane. Così è stato standardizzato e ottimizzato il sistema distributivo, evitando inutili sprechi.

Allargando lo sguardo allo scenario europeo, che dimensioni ha avuto il fenomeno di abbandono dell’Ucraina e di approdo negli altri Paesi?

Da sempre Caritas, per operare in maniera più efficace, bada ai numeri dei suoi interventi. E per noi dietro i numeri ci sono le persone: in questo caso donne, bambini e uomini che hanno lasciato casa e familiari per salvarsi da una situazione drammatica.

Per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno, va detto innanzitutto che l’invasione russa ha generato lo spostamento, diretto e indiretto, di 12 milioni di rifugiati. Si tratta di una grande massa di persone in movimento che ha incrementato sensibilmente il numero di quelli che l’UNCHR definisce “sfollati forzati”: dagli 83,8 milioni del 2021 ai 100 milioni del maggio 2022. Sono dati che rendono questa crisi la più consistente e rapida in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Questo impressionante flusso di donne e uomini si è diretto verso 44 Paesi europei (dei quali solo 10 assorbono l’84,8% del totale).

L’Italia ha avuto un ruolo importante, ma non prioritario. Nella classifica dei Paesi ospitanti occupa il 5° posto, con quasi 160.000 ucraini accolti, cioè 2,6 ogni 1000 abitanti. Il nostro impegno appare minoritario se confrontato con quello di altri Paesi che hanno accolto quantità maggiori (1 milione in Germania, 400.000 nella Repubblica ceca) o con una maggiore incidenza. È questo il caso della Moldova – un Paese decisamente più piccolo e meno abitato del nostro – che ospita “solo” 90.000 profughi, ma con un’incidenza di 25 profughi per ogni 1000 abitanti.

Uno squilibrio ancora maggiore se si considera il fatto che in un Paese avanzato come l’Italia, come abbiamo visto, l’accoglienza degli ucraini è stata gestita in strutture ufficiali ma anche con interventi “informali” legati alla disponibilità di parenti residenti o reti locali, mentre in Paesi meno organizzati e con minori risorse gli arrivi sono stati in media più consistenti. Un flusso che ha impattato notevolmente su economie e società già fragili (Moldova, Romania…).

Nella lista dei Paesi ospitanti, oltre a quelli già citati, figurano Estonia (con il tasso più alto, 41 ogni 1000 abitanti), Polonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia. Come interpretare questi dati? Una lettura coerente porta a considerare che gli sfollati hanno cercato principalmente di inserirsi nei luoghi affini (per lingua e cultura) o economicamente più sviluppati.

Tra i dati e le statistiche rilevanti, è impressionante sottolineare anche come, da giugno a oggi, oltre 2 milioni e mezzo di ucraini sono sfollati nella Federazione russa. Un flusso che ai nostri occhi rappresenta una contraddizione e che restituisce tutta la complessità del quadro geopolitico in cui questa crisi si sta consumando.

Per concludere, il dato complessivo in Europa è di 7 milioni di rifugiati ucraini, una cifra che equivale grosso modo alla popolazione di Svizzera o Austria. Un confronto che è illuminante per rendere concreta la dimensione del fenomeno.

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La devastazione provocata dalla guerra nella città di Mykolaiv, in Ucraina (Foto Matteo Placucci)

Nella vostra esperienza diretta, avete registrato anche un disagio psicologico tra la popolazione colpita dalla guerra? Come avete risposto a questo bisogno “immateriale”?

In genere questo tipo di disagio emerge in seconda battuta, dopo che si è prestata assistenza per i bisogni primari di nutrizione e sicurezza. Le situazioni da affrontare si sono rilevate molto diverse e complesse, e hanno richiesto uno sforzo aggiuntivo di attenzione e anche di creatività.

Il lockdown in particolare ha contribuito a rendere reale il rischio di deriva psicologica. Per questo durante questo periodo non abbiamo smesso di dare il nostro supporto ai colleghi in Moldova, in particolare per sconfiggere l’isolamento dei bambini nei villaggi rurali. Abbiamo quindi attivato un progetto di Ludobus, un mezzo che portava giochi e animatori volontari per intrattenere i più piccoli per le strade dei villaggi.

Questo, oltre a contribuire ad alleggerire quel periodo di confinamento, ha creato l’occasione per attivare un sostegno psicologico. Nel Ludobus infatti viaggiava anche una psicologa, che nei momenti informali di scambio intercettava i disagi delle mamme e i loro traumi legati al conflitto (la lontananza dal marito e dai figli, il dolore per la perdita dei propri cari, la preoccupazione per i figli…). Un progetto semplice ma molto efficace sotto diversi aspetti.

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Bambini giocano durante le attività promosse dal progetto Ludobus in Moldova (Foto Matteo Placucci)

Dopo alcuni mesi, a Bălți, nel centro della Moldova, abbiamo costruito un prefabbricato che funge da centro diurno per minori. Questo progetto ha consentito ai ragazzi di continuare a seguire la scuola con la didattica a distanza, perché nei loro villaggi di origine non c’erano connessioni e strumenti adatti. In questo centro i ragazzi studiavano e non perdevano i contatti con i loro compagni rimasti in Ucraina, mentre le mamme che li accompagnavano trovavano occasioni di scambio e confronto, organizzati e guidati da personale qualificato.

Alcune delle mamme che frequentavano il centro sono diventate protagoniste del progetto. Come Olena, una mamma che oggi opera come pedagogista del Centro, a dimostrazione di come l’ascolto e la condivisione possano rigenerare e attivare risorse inaspettate. In questo ha giocato un ruolo importante anche l’affinità culturale e linguistica tra Ucraina e Moldova che ha consentito un inserimento molto efficace.

Tra le altre attività, riprese dopo le misure anti pandemia, va ricordata la presenza di volontari italiani a supporto dell’organizzazione moldava. Quattro operatori del Servizio Civile Internazionale supportano materialmente questi progetti, aiutando il coordinamento nella capitale e in altri centri, mentre questa estate abbiamo inviato dei giovani volontari italiani che si sono affiancati agli operatori moldavi. Questo movimento “al contrario”, dall’Italia verso l’area di crisi, è molto prezioso, soprattutto perché costruisce forti legami tra italiani e moldavi, e rappresenta un caso concreto di condivisione.

Dopo questi mesi di conflitto, sulla base della vostra esperienza, che considerazioni è possibile fare sull’evoluzione di questa emergenza umanitaria? 

È complicato fare previsioni sul futuro. Attualmente non si può parlare ancora di ricostruzione, perché la situazione è ancora molto incerta sia dal punto di vista militare che da quello geopolitico internazionale. E lo dimostrano i recentissimi sviluppi (il referendum nelle regioni ucraine occupate dai russi). Le sole considerazioni sensate che è possibile fare sono di due tipi.

La prima riguarda l’arrivo dell’inverno, che quest’anno si preannuncia particolarmente difficile, non solo per le condizioni climatiche ma anche per il problema di approvvigionamento energetico. Se si considera poi la condizione disastrosa degli edifici e delle abitazioni dopo i bombardamenti, si comprende come i mesi futuri rappresenteranno un problema molto serio. Nei limiti del possibile, si sta procedendo a una manutenzione di base (riparazione di finestre, porte e tetti) per garantire un minimo di riparo dal freddo, e al reperimento di materiale combustibile per riscaldare gli ambienti.

L’altro elemento di riflessione per il prossimo periodo riguarda l’altissimo livello di stress degli operatori, talvolta essi stessi sfollati, costretti a lavorare in situazioni di precarietà e rischio da ormai troppi mesi. Bisogna vigilare sul contesto in cui operano e consentire loro di recuperare integrità ed energie.

Purtroppo, in un momento come questo, le prospettive sono di breve respiro: finché c’è guerra, non è pensabile costruire progetti strutturati e a lungo termine. Penso, però, che si possa e si debba pensare al futuro in termini di riconciliazione, un orizzonte oggi difficile da immaginare ma che deve ispirare ogni azione di sostegno umanitario. Due popoli, la cui storia è strettamente intrecciata, devono riprendere a rispettarsi e convivere pacificamente. L’obiettivo finale non potrà essere altro che quello di ricostruire i legami personali per realizzare un futuro comune.

Un’ultima considerazione: pensando a esperienze di altra natura e portata – mi riferisco alla crisi balcanica – bisogna ricordare che Caritas Ambrosiana è intervenuta prontamente nel momento dell’emergenza, ma ha protratto la sua presenza per molto tempo: in Bosnia siamo presenti ancora adesso. Questo per dire che anche questa crisi umanitaria richiederà un impegno duraturo e costante, anche quando i riflettori mediatici si spegneranno sul teatro di guerra. Questo è solo l’inizio del nostro impegno.

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Una mamma ucraina con la figlia nella stazione di Odessa in partenza per Leopoli (Foto Matteo Placucci)

Per sostenere i progetti di Caritas Ambrosiana a favore del popolo ucraino

Metà delle persone scappate dall’Ucraina a causa della guerra sono bambini. I minori accolti al confine moldavo hanno la necessità di continuare a studiare: per aiutarli, è possibile contribuire al progetto “Regali solidali” per regalare un kit scolastico.

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