Essere stranieri, esseri esuli. Da Dante al Novecento

Essere stranieri, esseri esuli. Da Dante al Novecento

Mi pare di notare, nel dibattito corrente, una certa sfiducia nel valore dell’istruzione letteraria in quanto tale, presa per sé. È come se leggere Dante o Ariosto o Parini o Montale fosse importante soprattutto in quanto le opere di questi autori contengono insegnamenti di cui l’adolescente potrà appropriarsi, e di cui potrà servirsi nella sua vita quotidiana. Ma non è così: la letteratura, se è seria, non insegna cose immediatamente spendibili nella prassi: semmai insegna un atteggiamento, un habitus, ed educa alla comprensione, raffina l’intelligenza, il gusto, la capacità di mettersi nei panni degli altri. Poi sì, certo, di riflesso, mediatamente, può anche suggerire comportamenti più civili: ma non si legge la Commedia (o il Decameron o La coscienza di Zeno, eccetera) per “diventare cittadini migliori”; si legge perché contiene idee e parole che – crediamo – ogni adolescente italiano dovrebbe conoscere per la sua formazione culturale e umana. Non occorrono altre giustificazioni.

Volevo premettere questa considerazione perché accenno qui all’impiego della letteratura nella prospettiva della educazione civica, una prospettiva che la legge 92 del 2019 (che ha reintrodotto l’educazione civica nei curricula di tutti gli studenti italiani) ha reso famigliare a ogni insegnante di Lettere. Prima cosa, quindi (e s’intende che è la mia opinione), pas trop de zèle. Non trasformiamo l’ora di Lettere in un’ora di Civismo: si finirebbe per mortificare la disciplina che ci sta a cuore (la letteratura) e che è in sé formativa, e si rischierebbe di fare del catechismo laico. 

Ciò detto, è chiaro che la letteratura offre infinite occasioni di riflessione sui temi che consideriamo propri dell’educazione civica. Facciamo un solo esempio, relativo al tema dell’essere stranieri, o essere esuli, scegliendo testi che appartengono a epoche diverse della nostra storia. 

Di Dante leggiamo, di solito, parti della Vita nuova e della Commedia. Il Convivio più di rado, e meno estesamente, perché le riflessioni che vi sono contenute sono ardue, e formulate in un italiano piuttosto difficile. Ma all’inizio del Convivio ci dà una testimonianza molto commovente di ciò che significava, a quel tempo, essere cacciati dalla propria città. Ecco il passo pertinente (I iii 4-6):

Poi che fu piacere delli cittadini della bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno – nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo [alla metà] della vita mia, e nel quale, con buona pace di quella, desidero con tutto lo core di riposare l’animo stancato e terminare lo tempo che m’e dato –, per le parti quasi tutte alle quali questa lingua si stende [la lingua italiana viene parlata], peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga della fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata [rimproverata]. Veramente io sono stato legno [barca] sanza vela e sanza governo [timone], portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora [esala, soffia] la dolorosa povertade; e sono apparito alli occhi a molti che forse che per alcuna fama in altra forma m’aveano imaginato: nel conspetto de’ quali non solamente mia persona invilìo [apparve vile, misera], ma di minor pregio si fece ogni opera, sì gia fatta come quella che fosse a fare [tanto le opere già scritte quanto quelle che mi apprestavo a scrivere].

Sono righe non facili, che andranno lette con l’aiuto dell’insegnante o di un buon commento; ma danno di Dante (che per gli studenti è spesso soltanto l’innamorato di Beatrice, o il visionario della Commedia) un’immagine profondamente vera e umana.

A questo brano si potranno collegare i versi dello stesso Dante, nei canti centrali del Paradiso, quelli in cui Cacciaguida gli predice il futuro, o il canto X dell’Inferno, in cui Farinata degli Uberti gli annuncia l’esilio: «Ma non cinquanta volte fia raccesa / la faccia della donna che qui regge…» (vv.79-80). E li si potrà commentare citando autori o personaggi letterari moderni che hanno letto questo Dante con particolare trasporto perché anche loro esuli. È per esempio il caso dello Jacopo Ortis di Ugo Foscolo, che dopo la sua fuga da Venezia in seguito al Trattato di Campoformio (1797), che pone fine alla secolare indipendenza veneziana, arriva a Ravenna e visita il sepolcro di Dante: 

Sull’urna tua, Padre Dante! Abbracciandola, mi sono prefisso ancor più nel mio consiglio [Jacopo ha deciso di suicidarsi]. M’hai tu veduto? m’hai tu forse, Padre, ispirato tanta fortezza di senno e di cuore, mentr’io genuflusso, con la fronte appoggiata a’ tuoi marmi, meditava e l’alto animo tuo, e il tuo amore, e l’ingrata tua patria, e l’esilio, e la povertà, e la tua mente divina? e mi sono scompagnato [allontanato] dall’ombra tua più deliberato [deciso] e più lieto.

È anche un buon modo per far capire agli studenti quanto importante fosse, per un giovane uomo di quell’epoca (Foscolo scrive l’Ortis quando ha poco più di vent’anni), la memoria della letteratura italiana, e quanto grande la sua autorità di modello: oggi nessuno prenderebbe tanto sul serio un antico poeta… 

Oppure si può fare un salto in avanti nella cronologia, e leggere testi che ci fanno capire che cosa ha significato, per tanti italiani, lasciare la patria nel periodo della grande emigrazione verso le Americhe, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. È il tema che ispira uno dei più celebri poemetti di Pascoli, Italy, nel quale il poeta racconta la storia di una famiglia di emigranti lucchesi che torna a casa dopo anni passati negli Stati Uniti: 

A Caprona, una sera di febbraio,
gente veniva, ed era già per l’erta,
veniva su da Cincinnati, Ohio

E oggi? Chi sono gli stranieri, gli esuli, oggi? Un eccellente narratore contemporaneo, Aldo Busi, ha descritto con molto realismo e molta ironia l’incontro-scontro tra un immigrato (in questo caso africano) e una “signora bene”, nella hall di un aeroporto. Di solito quando si parla di immigrazione si preme sul pedale della retorica e della commozione; Busi è più intelligente, e la butta sul ridere: 

All’aeroporto di Fiumicino lo spazio vitale dello sportello di Air Algérie è attaccato da quello di Air Tunisie e il mio numero nella lista d’attesa è il 25 e l’aeromobile che doveva partire un’ora fa non è ancora atterrato a causa del maltempo. In questo andare venire di giovani magrebini che non sanno se avranno un posto o no (poiché tutti i voli di ogni compagnia con scalo a Algeri sono dati per completi per i prossimi tre giorni), io sono l’unico italiano, segno evidente che i miei connazionali, già nell’esigere l’Alitalia, esercitano una diffidenza che decolla da un comune, rampante razzismo da cui neppure i turisti sono alieni e a cui solo quelli come me in stato di necessità sono disposti a dare una sforbiciata d’ali. C’è una signora italiana che è rimasta qui pochissimo perché il posto ce l’ha, la quale in quei cinque minuti passati fra i loro stereo di sottomarca, pezzi di ricambio d’automobile e scatoloni pieni di magliette e jeans delle sorelle Fendi di Napoli, e scatoloni in genere legati con spago all’inverosimile, si è sentita in dovere di cercare la mia complicità bisbigliandomi:
«Senta che odore».
Si comincia sempre con l’olfatto; il naso, prendendo le misure per prendere le distanze, già delimita un ideale cordone sanitario. Io le ho risposto con un understatement:
«Se lei sgombrasse il campo, sono sicuro che la puzza si sposta». 
È l’odore dei soldi contati in tasca, lo riconosco; di chi ha dormito con i vestiti addosso parecchie notti sotto gli androni o di chi, lavandosi alla bell’e meglio alle fontane, s’è inzuppato maniche e patte, l’odore di cerniere arrugginite e un po’ ammuffite; di chi ha sudato camminando per chilometri cercando una sistemazione un po’ più conveniente e poi, rientrando in una pensione zona Termini camera quattro letti dodicimila a branda acqua corrente fuori, ha trovato il bagno col cartello «Guasto». Di chi, scacciato fuori dall’aeroporto alle due e trenta di notte, ora limite di permanenza all’interno per gente sciatta di colore, s’è accucciato con tutta la sua mercanzia fra un’auto e l’altra nel buio, per accorgersi solo stamani che qualcuno l’aveva fatta proprio lì, sotto quello che, tutto sommato, sembrava un morbido giaciglio. Non è l’odore di sporcizia, ma quello di una lealtà verso l’accettazione delle circostanze per quello che sono, senza forzarle. La dignità raramente puzza di Bizarre.

Insomma, con gli stranieri e con gli esuli, sia che si chiamino Dante Alighieri sia che siano persone comuni, è consigliabile essere gentili, anche perché al loro posto potremmo esserci noi (e quasi certamente al loro posto c’è stato qualche nostro antenato): non è una lezione particolarmente raffinata; ma è una lezione utile.

Questo è anche l’approccio che abbiamo adottato nel nuovo manuale di Letteratura per il triennio della scuola superiore Desideri universali (Garzanti Scuola 2026). Il rapporto tra letteratura ed educazione civica viene esplicitato sia all’interno delle pagine “Letteratura civile” in cui si parte da testi d’autore per approfondire temi di cittadinanza e di sviluppo sostenibile sia nei percorsi (due per anno) dedicati ai Temi (in allegato il percorso “Essere stranieri, essere diversi“, nel vol. 3B). In questi ultimi si individuano temi ricorrenti nella letteratura, ricchi di implicazioni con l’attualità, e si analizza in che modo scrittori e scrittrici hanno parlato di quello stesso tema. I percorsi si concludono con: simulazioni di prove d’Esame, compiti autentici, didattica orientativa, attività operative di cittadinanza attiva e di stampo interdisciplinare.

Leggi anche

L’angolo del libraio: consigli di lettura per il biennio #16 Funeral Party, di Guido Sgardoli
Questo l'hai letto? #44 ‘Giallo sui Navigli’ di C. Lossani
Intelligenza artificiale e insegnamento della letteratura italiana: qualche spunto di riflessione e di lavoro
Questo l'hai letto? #43 ‘Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo. Il ladro di fulmini’ di R. Riordan
L’angolo del libraio: consigli di lettura per il biennio #15 Tutto quello che brucia, di Daniele Aristarco
Questo l'hai letto? #42 ‘L’anno che non caddero le foglie’ di P. Mastrocola