
Di che cosa parliamo quando parliamo della forza delle parole? Perché leggere e scrivere sono gesti importanti? Risposta: perché leggere riempie la testa di parole e scrivere ci insegna a usarle al meglio. Il fatto è che le parole sono strumenti preziosi con cui possiamo (e dovremmo) riempire quella scatola degli attrezzi che siamo soliti chiamare testa. E non è solo una questione di quantità. È anche importante coltivare la capacità di metterle insieme. Come a dire che non basta che la nostra scatola sia piena di attrezzi, bisogna anche saperli scegliere di volta in volta e combinarli a seconda della situazione.
Ma perché è importante avere la testa piena di parole ed essere capaci di usarle per dire esattamente ciò che vogliamo dire? Per molti motivi diversi: il primo, secondo me, è che c’è un rapporto evidente fra povertà di linguaggio e assenza di possibilità nella vita. Più il nostro linguaggio è povero, più fatichiamo a dire a noi stessi e agli altri ciò che pensiamo e ciò che proviamo, più è difficile governare la nostra vita, raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti e godere della bellezza e della complessità del mondo.
È anche esperienza comune che in assenza di strumenti linguistici adeguati alcune persone possano avere la tendenza a trasferire il conflitto comunicativo sul piano della violenza fisica. Non c’è da stupirsi: se non si possiede la capacità di interagire sul piano delle idee ad alcune persone non resta che far parlare il corpo.
A chiunque è capitato di incontrare ragazze e ragazzi poco capaci di gestire una conversazione modulando lo stile e il tono. Adolescenti e giovani (ma anche adulti) in difficoltà nel leggere tra le righe di un dialogo e di intuirne i sottintesi. In difficoltà nel cambiare registro in base agli interlocutori e al contesto. In difficoltà nel fare uso di metafore e di comprendere l’ironia di una affermazione. Difficoltà che non solo rendono più complicata o conflittuale la vita quotidiana delle persone, ma possono arrivare a picconare la salute mentale, perché senza un’adeguata profondità linguistica si può essere in difficoltà anche nel nominare le proprie emozioni. Quando, per molte comprensibili ragioni (che possono essere ambientali, culturali, economiche) mancano le parole per esprimere la propria fragilità, per condividere una tristezza o per confidare una paura a qualcuno, ecco, allora manca un meccanismo fondamentale di controllo sulla realtà.
Insomma, quello che voglio dire è che saper raccontare (e ascoltare) storie è importante non soltanto per scrittori e registi (o lettori e spettatori), ma è una competenza utile a chiunque, a tutte e tutti quotidianamente. Saper raccontare storie, ad esempio, è importante per allenarsi a riconoscere la coerenza logica tra gli avvenimenti. E la coerenza logica che lega gli avvenimenti è una specie di mappa del mondo, una sorta di atlante stradale della vita. Non essere in grado di leggere la coerenza logica tra gli avvenimenti di una storia — che sia accaduta ad altri o che sia la nostra storia personale —, non sapere destreggiarsi nell’ambiguità delle scelte, equivale a non essere in grado di leggere la mappa più importante di tutte, la mappa di tutte le mappe, quella che indica la strada nel presente e ci conduce al futuro, e quindi significa rischiare di perdersi nel caos delle azioni e delle loro conseguenze così come rischieremmo di perderci nei vicoli di un labirinto.
Allargando lo sguardo, le parole sono poi strumenti fondamentali per la costruzione e la manutenzione delle democrazie. Anzi, si può dire che sia proprio sulla parola che si fondano le democrazie. Occuparsi del linguaggio e della sua qualità, a scuola come in ogni altro ambiente (penso ai mezzi di comunicazione di massa, soprattutto) è un contributo necessario alla qualità della vita pubblica del Paese. È un dovere cruciale di chi ha a cuore la politica e la partecipazione civile dei ragazzi e delle ragazze che, ricordiamolo, anzitutto sono già cittadini e cittadine dello Stato, ma che un giorno lo saranno in modi sempre più attivi e con sempre maggiori responsabilità.

Ecco perché nella nuova antologia Felicemente, per la scuola secondaria di primo grado, usiamo le parole come chiavistello per entrare in questioni dirimenti come l’ambientalismo, le relazioni, l’inclusione, l’intercultura, le scelte, il futuro, l’importanza dell’errore. Perché attraverso la consapevolezza delle parole possiamo aiutare chi cresce ad avere maggiore consapevolezza in generale: del proprio pensiero e delle proprie azioni. Nelle unità tematiche e nel podcast, ciò che facciamo è avere cura di un tesoro inestimabile.
Alla fine della prima puntata del podcast, dedicata alla parola biodiversità (puoi ascoltarne un estratto qui), dopo aver viaggiato fino alle isole Svalbard per andare a visitare la Global Seed Vault, la camera blindata globale di sementi, un archivio di sicurezza che conserva i semi di tutte le piante del pianeta, racconto che una grande autrice, Marguerite Yourcenar, ha scritto che fondare biblioteche è come costruire granai pubblici: si accumulano riserve contro l’inverno dello spirito. Ecco, custodire parole per i tempi difficili o custodire il futuro della biodiversità contro guerre, incendi e siccità è un gesto civile e previdente che mi piace appaiare: mettere da parte ciò che nutre l’umanità, che siano piante o che siano parole.
Se vuoi saperne di più sulla nuova antologia Felicemente, segui le pagine social e il sito Deascuola: arriveranno presto novità!