
Dopo aver tagliato in diagonale la spiaggia la tartaruga si ferma. Sembra volersi riposare, invece inizia lo scavo della buca. Fuori dall’acqua le femmine di Caretta caretta ci sembrano tozze e sgraziate, ma avventurarsi in un ambiente innaturale e pericoloso come la spiaggia è fondamentale per la prosecuzione della specie. Le pinne posteriori della tartaruga agiscono come delle perfette palette per scavare la sabbia. Flettendosi come una mano a conchiglia, caricano una “manciata” di sabba alla volta per buttarla a lato. Prima a destra poi a sinistra. Al termine di questa fase, la buca raggiunge i 45-50 centimetri di profondità.
Ancora una pausa ed ecco che le prime uova vengono deposte e rotolano delicatamente nella buca. Sono bianche, perfettamente rotonde, un po’ più grandi di una pallina da ping-pong, tra i 30 e i 40 grammi l’una, con un guscio morbido. Si accumulano una sull’altra, a ondate (la tartaruga prendeva fiato ogni tanto) fino a contarne quasi un centinaio.
Le tartarughe sono animali solitari e vivono a piccoli gruppi. Solo durante il periodo dell’accoppiamento, ogni due o tre anni, la femmina si lascia avvicinare da diversi tartarughi. Uno alla volta si propongono con il rito di corteggiamento: la femmina viene spinta verso acque meno profonde e tranquille e una serie di nasate (anche veri e propri mordicchiamenti) servono a capire se è ben disposta. Se è tutto ok il maschio si porta sopra la femmina e si aggancia sulla parte posteriore del dorso, tenendosi fermo grazie a una sorta di uncino che ha sulle pinne anteriori. Il pene del tartarugo raggiunge la cloaca della femmina, che è un muscolo circolare, accanto alla coda, che serve sia per espellere feci e urina sia per la penetrazione. Le tartarughe fanno tutto con lentezza e può capitare che la coppia rimanga in questa posizione anche per un’ora. Quasi sempre nel giro di qualche giorno la cosa si ripete, in quanto le tartarughe sono poliandriche: è facile che una femmina si accoppi con più maschi con l’obiettivo di tenere sempre alta la qualità della specie, è una lungimirante “motivazione” evolutiva. Per deporre le uova le femmine nuotano quindi per migliaia di chilometri: hanno il bisogno, irrinunciabile, di tornare sulla spiaggia dove loro stesse sono nate (sempre che nel frattempo l’uomo non l’abbia riempita di ombrelloni o cementificata per i suoi affari).
Deposte tutte le uova la tartaruga inizia la copertura, sempre agendo con le pinne posteriori. Infine, con la grazia di una ballerina che saluta con l’ultima piroetta prima di uscire di scena, fa alcuni giri su sé stessa, proprio sopra il nido, per appiattire con il piastrone la sabbia, agitando tutte e quattro le pinne per cancellare ogni traccia. Poi la tartaruga guadagna il mare, nuotando via silenziosa. Passeranno tra i 50 e i 70 giorni e quelle cento uova schiuderanno quasi tutte insieme nel giro di poche ore. Cento tartarughini nuoteranno verso l’acqua, completamente soli, e meno di 80 sopravviveranno alle prime settimane. Dovranno cavarsela senza genitori e solo 2 o 3 su cento arriveranno all’età adulta. E se (caso rarissimo) incontrassero la femmina che ha deposto l’uovo da cui sono nati o il maschio che lo ha fecondato, non si riconoscerebbero.
Madre degenere? Padre farfallone? Genitori egoisti e denunciabili per abbandono di minore? Come andremmo a descrivere il comportamento di questa “coppia” (che coppia non è) che ha procreato 100 tartarughini? È una “famiglia”?
In molte situazioni noi Sapiens sapiens osserviamo il mondo intorno a noi con il nostro metro di valutazione e diamo dei giudizi peccando sistematicamente di antropocentrismo.
Nel regno animale la ricerca di un partner per “metter su famiglia” e avere dei cuccioli è una attività che viene presa con grande serietà: il successo di una specie dipende da chi si accoppia con chi. Una volta nati i cuccioli (pulcino o pullo se parliamo di uccelli, avannotto se parliamo di pesci, larva, neanide, ninfa, pupa se siamo nel regno degli insetti), che possono esser un paio ma anche parecchie centinaia alla volta, chi se ne occupa? Chi li alleva? Nel mondo animale la regola è che… non ci sono regole! In certi casi il concetto di famiglia così come lo si intende nel mondo occidentale non è proprio previsto: alcune specie animali producono una prole numerosissima senza accudirla e senza preoccuparsi se appena una manciata di esemplari su cento sopravviveranno. Altre specie preferiscono generare solo pochi cuccioli alla volta e dedicando tempo (alcuni mesi o anche alcuni anni) per allevarli, fino all’autonomia dell’età adulta. Gli uccelli consumano molta energia nell’allevare la nidiata, e maschio e femmina spesso si danno il cambio sia a covare sia a cercare il pranzo. Tra i grandi mammiferi sono le femmine ad allattare e accompagnare i cuccioli nelle prime settimane o mesi di vita. Ma ci sono situazioni in cui è il maschio il genitore più attento: ad esempio, il pesce minatore maschio dopo l’accoppiamento viene subito abbandonato dalla femmina e custodisce le uova al sicuro in bocca mentre si sviluppano. E non potrà mangiare fino alla schiusa!
Corteggiare significa convincere
Il corteggiamento è l’insieme di segnali e comportamenti che precedono l’accoppiamento e servono a riconoscere il partner della propria specie, valutarne la qualità e sincronizzare la riproduzione. In molte specie i maschi competono tra loro e le femmine scelgono, ma non sempre i ruoli sono così netti: la selezione sessuale può agire in entrambe le direzioni, e in alcuni casi sono le femmine a essere più attive o più competitive. Le forme di corteggiamento possono essere multimodali, cioè costruite con più segnali insieme: movimenti, colori, suoni, odori e perfino strutture materiali.
Un classico esempio sono gli uccelli che cantano, si esibiscono in danze o mostrano piumaggi vistosi per segnalare salute e competenza riproduttiva. In altre specie il corteggiamento è una vera dimostrazione di abilità: il maschio può costruire un nido elaborato, pulire un sito, accumulare oggetti o offrire “regali” alla femmina. Negli insetti, nei pesci e in molti vertebrati, i segnali chimici sono fondamentali: feromoni e odori permettono di riconoscere il partner e coordinare il comportamento riproduttivo.
Alcuni rituali sembrano quasi teatrali. Le danze di corteggiamento sono diffuse in moltissimi gruppi animali e servono a rendere visibili forza, coordinazione e motivazione riproduttiva. In certe specie i segnali sono tanto complessi da diventare veri “linguaggi” corporei: posture, vibrazioni, cambi di colore e sequenze di movimenti si combinano in una performance che deve essere leggibile dal partner giusto. Nei pesci, per esempio, il corteggiamento può includere movimenti rapidi, cambi di livrea e la presentazione di un territorio o di un rifugio adatto alla deposizione.
Ci sono poi i casi in cui conta soprattutto l’ingegno. In diversi gruppi gli individui maschi offrono strutture o materiali che aumentano le probabilità di essere scelti, perché dimostrano capacità, tempo e investimento energetico. Il punto è semplice: il corteggiamento non serve solo ad “attrarre”, ma a fornire informazioni sulla qualità del futuro riproduttore. E in natura, scegliere bene può fare la differenza tra una discendenza sana e un fallimento evolutivo.
Nel caso del ragno pavone il maschio dispiega i lembi colorati dell’addome simili a un ventaglio e li agita in sincronia con il terzo paio di zampe sollevate, producendo contemporaneamente vibrazioni trasmesse attraverso il substrato; l’intera sequenza combina segnali visivi e vibratori distinti e può essere rifiutata bruscamente dalla femmina, che in alcuni casi arriva a predare il corteggiatore. Il pergolaio satinato maschio (noto anche come uccello giardiniere) costruisce una pergola a forma di corridoio con rametti intrecciati e la decora ossessivamente con bacche, piume, plastica ossessivamente di colore blu (colore raro in natura), poi esegue danze e vocalizzazioni intense davanti alla struttura per attirare le femmine in visita. Uno sforzo di bravura che non serve: dopo l’accoppiamento solo la femmina costruisce il nido vero e proprio, cova le uova e nutre i piccoli, senza alcun coinvolgimento del maschio.

Riproduzione: il trionfo della fantasia e dell’efficienza
Anche la riproduzione non segue un solo schema. La forma più nota è quella sessuata, con unione di gameti maschili e femminili, ma esistono anche strategie asessuate o partenogenetiche in cui la prole nasce senza fecondazione da parte di un maschio. La monogamia (un maschio e una femmina formano una coppia esclusiva, spesso di lunga durata, condividendo le cure della prole) è meno diffusa di quello che siamo portati a pensare, anche nei mammiferi. Dal punto di vista evolutivo si vince quando ci si mescola, quando il patrimonio genetico è costantemente incrociato: la poliginia (un maschio si accoppia con più femmine in una stagione, spesso difendendo un harem o un territorio esclusivo), la poliandria (una femmina si accoppia con più maschi nella stessa stagione, a volte invertendo i ruoli parentali tradizionali) e la poliginandria (sia maschi sia femmine si accoppiano con più partner, in reti di relazioni non esclusive) sono alternative frequentissime.
Scelgono la poliandria lo squalo limone (la femmina poi abbandona i piccoli che se la devono cavare da soli), il topo domestico o gli antechini, piccoli marsupiali che vivono in Australia e Tasmania: passano i primi 10 mesi di vita a ingrassare e l’undicesimo mese interamente ad accoppiarsi; dopodiché i maschi muoiono. Mentre tra i giacana (un uccello che vive in Sudamerica) la poliandria viene interpretata in modo ferreo: le femmine, più grandi dei maschi (fino al 60% in più di peso), competono aggressivamente tra loro per accumulare un harem di più maschi, arrivando a uccidere i pulcini di femmine rivali per costringere i maschi a corteggiarle nuovamente e ricominciare un nuovo ciclo riproduttivo. Poi sarà il maschio a incubare da solo le uova e a occuparsi quasi interamente dei pulcini per settimane dopo la schiusa, mentre la femmina si limita occasionalmente a difendere il nido dai predatori.
Altra forma di poliandria molto funzionale ce la raccontano diversi specie di insetti, come il grillo campestre, formiche, coleottero della farina rossa, punteruolo del fagiolo azuki, giusto per fare pochi esempi. La femmina si accoppia con più maschi e conserva lo sperma nelle spermateche per poterlo poi usare nel momento opportuno, anche a distanza di mesi, diventando la capostipite di un piccolo regno (e decidendo talvolta se far nascere femmine o maschi).
Sono monogami parecchie specie di uccelli (il cigno reale e l’albatro errante sono fedelissimi), il lupo grigio, il pinguino imperatore (che cova l’unico uovo della sua partner per due mesi mentre la femmina va in caccia) e il cavalluccio marino dove, concluso il balletto nuziale, la femmina deposita le uova nella tasca incubatrice del maschio, che porta avanti la gravidanza per settimane fino a sfornare centinaia di piccoli già formati.
Scelgono la poliginia i leoni africani, organizzati in branchi formati da femmine imparentate e da una coalizione di maschi dominanti (fino a 7-8) che detengono i diritti riproduttivi. La femmina in calore invita all’accoppiamento assumendo una posizione inequivocabile e si accoppia fino a cento volte al giorno per circa quattro giorni. Mentre i nostri stretti cugini bonobo (con cui condividiamo oltre il 98,5% del DNA) hanno sviluppato un sistema sociale dove le comunità sono a dominanza femminile e le forti alleanze che le femmine sanno creare permettono loro di prevalere socialmente sui maschi nonostante la minore stazza fisica. Anche grazie alla poliginandria: l’attività sessuale nei bonobo è frequente, promiscua e non limitata alla fertilità: i rigonfiamenti genitali visivi delle femmine persistono a lungo durante il ciclo e vengono usati per confondere la paternità e facilitare interazioni sociali pacifiche, con accoppiamenti tra individui di età e ruoli diversi.
E quando mancano i partner? Nelle comunità di albatro di Laysan (alle Hawaii) spesso capita che le femmine aumentino di numero. Con pochi maschi disponibili, si formano coppie di due femmine che “invitano” un maschio solo per fecondare l’uovo di una delle due femmine (maschio già impegnato in un’altra coppia o maschio che poi risponde ad altri inviti analoghi, non fa differenza). Quindi la coppia tutta al femminile gestisce la cova e alleva il pulcino insieme. Oppure c’è la partenogenesi documentata prevalentemente in pesci e rettili, che permette a una femmina di produrre discendenza anche in assenza di partner. È una soluzione estrema, utile in particolari condizioni ecologiche, ma con limiti importanti sul piano della variabilità genetica.
Le cure parentali: chi alleva i cuccioli?
Tra i mammiferi, la cura materna è la norma, ma esistono specie in cui il padre svolge un ruolo decisivo e specie in cui la cura paterna è la norma. Il caso dei topi della California è uno degli esempi classici di paternal care, con il maschio coinvolto nella difesa, nel mantenimento del nido e nella sopravvivenza dei piccoli. Tra gli anfibi, rettili e pesci è frequente che gli adulti depongano le uova e poi lascino che il resto avvenga senza ulteriori attenzioni. Negli uccelli, invece, la cura biparentale è molto comune, tanto da rappresentare uno dei grandi modelli della biologia del comportamento.
In altri gruppi sociali, (le orche o i branchi di elefanti, gruppi fortemente matriarcali) la prole è cresciuta anche grazie ad “aiutanti” che non sono i genitori diretti, un sistema chiamato alloparental care o cooperazione all’allevamento. L’allevamento cooperativo è proprio una delle forme più interessanti. In questi sistemi, più individui contribuiscono alla crescita dei piccoli, spesso in gruppi familiari allargati stabili. Questo comportamento è evolutivamente vantaggioso quando la presenza di aiutanti aumenta la sopravvivenza dei cuccioli più di quanto costi ai singoli adulti. In pratica, la “famiglia allargata” diventa una piccola rete di assistenza, e non un nucleo ristretto.
Esistono anche casi in cui il maschio accudisce la prole più della femmina, oppure in cui il ruolo paterno si combina con quello materno in modi asimmetrici. Nel caso del pesce pagliaccio (notissimo per il film Disney Nemo) la femmina si allontana dopo la deposizione delle uova e il maschio le sorveglia, ossigena l’acqua con il movimento delle pinne e caccia via i parassiti fino alla schiusa, che avviene dopo circa una settimana. Da dove viene tutta questa “femminilità”? Forse perché il pesce pagliaccio è un ermafrodita sequenziale proterandro: tutti nascono maschi e, se la femmina dominante muore, il maschio più grande del gruppo si trasforma in femmina. Questa ovviamente è una correlazione spuria: l’ho scritta apposta per dimostrare come il nostro antropocentrismo e la cultura sociale o religiosa in cui siamo cresciuti (e anche gli etologi sono esseri umani, prevalentemente maschi fino a poche decenni or sono) di fatto entra in gioco costantemente nel nostro sistema di valutazione.

La “famiglia naturale”? Non esiste
Senza entrare nel merito di modelli sociali o religioso dove l’insieme di adulti che si dedicano alla procreazione e all’accudimento di figli segue indicazioni precise e normate, se osservo quanto accade nelle centinaia di migliaia di specie animali si può constatare che non esiste una “famiglia naturale”. Ogni specie si è evoluta in base a regole biologiche e in funzione alle situazioni esterne: il costo energetico della gestazione in quell’habitat, l’utilità o meno di riconoscere la maternità o la paternità, la disponibilità di cibo e la pressione dei predatori. In altri termini, non esiste un ideale “modello di famiglia”, di volta in volta prevalgono le soluzioni più efficace per le specie animali che popolano quel contesto ecologico.
È importante ricordare che l’evoluzione non “premia” la tenerezza, l’istinto materno, la mascolinità nel prendersi cura della propria donna… tutti sentimenti umani che diventano etichette fuori luogo. In natura quello che conta è la strategia che lascia più discendenti nel tempo. Per questo esistono specie che abbandonano le uova, specie che sorvegliano la covata, specie che si dividono i compiti e specie in cui uno dei due sessi investe quasi tutto, mentre l’altro investe quasi nulla. Il risultato è un panorama sorprendente, in cui la parola “famiglia” cambia significato da una specie all’altra.
Studiare scientificamente il regno animale con attenzione e senza bias (per molti decenni gli etologi sono stati soltanto maschi, andate a rileggere le biografie di Jane Goodall e Dian Fossey…) significa capire che non esiste un solo modo “giusto” di riprodursi o di allevare la prole. Esistono strategie basate sulla competizione, sulla scelta femminile, sulla cooperazione, sulla cura paterna, sull’aiuto di parenti, sull’assenza quasi totale di cure e perfino su soluzioni riproduttive senza fecondazione. Questa varietà non è un’anomalia: è il cuore stesso dell’evoluzione.
Fonti e approfondimenti
https://pikaia.eu/, portale italiano interamente dedicato alla divulgazione degli studi evoluzionistici.
“La grande enciclopedia degli animali”, di Graziano Ciocca, De Agostini editore
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5393448/ – Perenting in animals
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6618153/ – Evolution and function pf multimodal courtship display
https://scispace.com/pdf/the-evolution-of-parental-care-3jwcrbjlm3.pdf – The evolution of parental care
https://www.lescienze.it/news/2017/04/21/news/la_cura_della_prole_e_scritta_nei_geni-3499011/: La cura della prole? È scritta nei geni
https://www.lanuovaecologia.it/amori-al-naturale/ – Amore al naturale