A scuola con i changemakers #11
I disturbi specifici dell’apprendimento e la necessità di un nuovo Mindset 

I disturbi specifici dell’apprendimento e la necessità di un nuovo Mindset 

Ci deve essere uno strano disegno intorno alla mia vita e ai disturbi specifici dell’apprendimento (DSA): sono stati l’argomento della mia tesi di dottorato, il tema su cui ho fatto più ricerche, il motivo per cui ho aperto Tice e due su tre dei miei figli hanno un disturbo specifico dell’apprendimento. Grazie a questo strano disegno di vita ho potuto osservare i bambini con disturbi specifici e le loro famiglie con molti occhi: da ricercatore, da psicologa e da mamma. Ed è proprio con questi occhi di genitore che ho spiato più da vicino cosa succede nelle case, finita la scuola e terminati i dopo scuola.  

Si perché anche li, anche se non si vede, il DSA c’è. Ed è proprio in quel “lì” che vorrei portarvi con questa lettura. Ormai lo sappiamo tutti i DSA sono 4:  dislessia, disgrafia, discalculia e disortografia. Sappiamo che sono specifici rispetto a un’area (lettura, scrittura o calcolo) e che il bambino/a ha un’intelligenza nella norma.  

Molto è stato fatto per i DSA, la legge 170 del 2010 ha sicuramente dato un impulso alla formazione degli insegnanti e ha generato e diffuso cultura e conoscenza su questo tema anche tra le famiglie. Grazie alla legge 170 del 2010 i bambini e i ragazzi con DSA sono più consapevoli del loro potenziale, hanno diritto a strumenti compensativi e misure dispensative ma, nonostante questo, la maggior parte di loro non ama imparare, non vuole fare i compiti, abbandona la scuola e, ahimè, quasi ogni DSA si auto valuta come “svogliato” e dice di se stesso di “non essere portato per la scuola”.  

Come mai?  Perché i bambini e ragazzi con DSA ancora non sono studenti che si sentono bravi?  Cosa manca?  

La mia sensazione da clinica ma anche la mia percezione umana è che tutta la scuola ovvero tutte le materie che si imparano a scuola siano pensate per studenti senza DSA. Per farvi capire provo con un paragone che riguarda la salute fisica: immaginate un bambino con un problema genetico al piede che gli rende impossibile correre veloce. Ora immaginatevi che quel bambino debba andare in una scuola sportiva in cui si praticano tutti gli sport esistenti. Viene molto semplice pensare che per quel bambino sarebbe molto difficile avere successo nella corsa in sé ma anche negli altri sport in cui la corsa, anche se non l’unico, è un elemento importante come la pallacanestro o il calcio.  

Anche se la scuola fosse la più accogliente e anche se i docenti fossero i più informati del mondo sulle difficoltà del piede, come si sentirebbe secondo voi quel bambino?  Se provate ad immedesimarvi in quel bambino sono certa che riuscirete a vedere la sua tristezza, il suo senso di inefficacia, il suo avere quell’amara certezza che… non avrà mai successo. Perché ve ne parlo? Cosa  c’entra questa storia del bambino che non sa correre con i DSA?  

Negli ultimi anni vi è stato un importante cambio di focus nel campo della ricerca sul deficit dei bambini con DSA. Se inizialmente gli studi tendevano a focalizzarsi sul deficit nelle abilità scolastiche (lettura, calcolo e scrittura), l’attenzione è ora maggiormente posta sulle funzioni esecutive. Le funzioni esecutive si riferiscono alle capacità cognitive coinvolte nell’iniziazione, pianificazione, organizzazione e regolamentazione dei comportamenti, sono insomma le funzioni superiori proprio tipiche degli esseri umani. Ecco dunque, i ricercatori stanno mettendo in luce come il reale deficit che accomuna i DSA non sia una specifica caduta in lettura, scrittura o calcolo ma sia relativa a una generale “inefficienza” della memoria di lavoro che è appunto una delle funzioni esecutive. La memoria di lavoro è quella memoria che mantiene le informazioni in mente per il tempo necessario a processare, lavorare e manipolare le stesse.  

E’ difficile da immaginare perché, diversamente dal problema al piede, non si vede, ma è coinvolta nella maggior parte delle attività scolastiche e ahimè è soprattutto coinvolta nella maggior parte (se non in  tutte) le modalità con cui siamo soliti verificare l’apprendimento. 

Insomma, cosa voglio dire?  

La memoria di lavoro sta al rendimento scolastico come il problema al piede sta allo sport.  

Anche se gli insegnanti sono formati, i bambini consapevoli e i genitori collaboranti ogni studente con DSA sentirà ancora quello che sente un bambino con un problema al piede nella scuola di sport.  Sentirà che la scuola non fa per lui.   

Quindi?  

Quindi è necessario, dal mio punto di vista, ripensare una scuola che sia in grado di offrire opportunità di apprendimento e verifica che non “implichino” l’uso di quella memoria. Opportunità e occasioni che diano modo al quel 5% di studenti DSA che occupano le aule delle nostre scuole di mostrarci cosa c’è nella loro mente.  

 E nella pratica?

Nella pratica ci sono due grandi indicazioni che mi sento di condividere. 
Da un lato un concetto di democrazia educativa non più inteso come uguale per tutti ma pensato come diverso per ognuno e dall’altro usare la fantasia nel progettare esperienze di apprendimento che in qualche modo scavalchino la memoria di lavoro. 

Come? facendo recitare cosa faceva Federico Barbarossa anziché raccontarlo, provando a ricreare con la plastilina la cellula piuttosto che nominarne i sottocomponenti oppure trasformare nomi complicati (autotrofo) in ricordi divertenti (una auto per trofi che potrebbero essere degli gnomi verdi..). 

Gli ingredienti sono fantasia e coraggio di portare i contenuti nella mente del bambino attraverso strade nuove e percorsi inusuali. 

Ma soprattutto rendere consapevole il bambino delle emozioni che prova mentre impara. E, prima di iniziare a svolgere ogni esercizio, insegnare a domandarsi: “come mi fa sentire?”.

Foto in apertura di Mikhail Nilov


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