Perché agli studenti non piace la scuola? Una riflessione su cosa non funziona del nostro modello didattico

19/09/2019

Una delle cose di cui possiamo essere certi è che agli studenti italiani non piace la scuola. Fatte alcune rare eccezioni, gli studenti non amano frequentarla, non apprezzano le materie di insegnamento e non traggono nessuna forma di piacere dallo studio. Ma perchè agli studenti non piace la scuola? È così in tutto il mondo e per tutti gli studenti del mondo? O sono in particolar modo gli studenti italiani a soffrire di disaffezione verso il nostro sistema scolastico? Partiamo da un punto: la nostra scuola è una scuola che deve ripensare all’alunno nella sua totalità ed è necessario rivalutare non solo gli aspetti cognitivi dello studente- a cui è stato dato forse troppo spazio- ma anche quelli emotivi, che fino ad oggi sono stati pericolosamente sottovalutati.

Come e perché le emozioni sono collegate all’apprendimento e all’amore per la scuola?

L’aspetto emotivo, relazionale ed empatico giocano un ruolo fondamentale nell’apprendimento perché l’interesse, la scoperta, la curiosità sono la miccia che innesca l’apprendimento. I neuroscienziati ci dicono che l’aspetto emotivo ed empatico non può più essere sottovalutato: l’interesse e l’attribuzione di senso sono la chiave per la memoria e l’apprendimento dei nostri studenti.
Il sistema scolastico italiano ha invece sopravvalutato l’aspetto cognitivo a discapito di altre dimensioni, rendendo oggi necessario un urgente cambio di paradigma che ripensi all’allievo nella sua dimensione sociale, emotiva, cognitiva, biologica.

perchè agli studenti non piace la scuolaOccorre innescare un cambiamento nelle nostre classi, per aiutare gli studenti ad appassionarsi. Per farlo dobbiamo andare incontro a cambiamenti strutturali in più ambiti: nell’insegnamento stesso, nell’organizzazione e gestione delle classi, nel modo di pensare alla relazione docente-alunno, e nella professionalità di noi docenti.
Pensiamo alla cosa apparentemente più banale: la struttura delle classi. Le nostre classi sono standardizzate per età e gli alunni vengono suddivisi solo ed unicamente per l’anno di nascita, a “batterie” di 25 alunni circa. La suddivisione e il controllo del tempo e dello spazio sono talmente meticolosi da lasciare pochissimo spazio a libertà, immaginazione, scoperta, curiosità, che -invece- sono proprio i motori dell’apprendimento. I nostri ragazzi sono prevalentemente seduti per 5 ore in un’unica classe, sono accomunati fra loro unicamente dall’anno di nascita, non possono scegliere nulla del loro curriculo e i loro tempi vengono suddivisi in modo preciso e ineludibile da una campana che ha sì il ruolo di scandire il tempo, ma anche di resettarli: ad ogni “drin” lo studente si resetta e passa da matematica a storia, da fisica a italiano, da educazione fisica a geografia.

Che modello didattico è il nostro?

È il modello didattico che abbiamo ereditato dai gesuiti, ed essere consapevoli della rigidità di questo modello può farci riflettere in modo più produttivo, soprattutto se proviamo a fare un parallelo con tutti i nuovi modelli di insegnamento e le nuove pratiche didattiche che negli ultimi anni stanno rivoluzionando il sistema scolastico in buona parte del mondo. Non dobbiamo nemmeno dimenticarci che la scuola deve essere lo specchio dei tempi e che i nostri ragazzi non sono gli stessi di 20 anni fa, e tanto meno di 40 anni fa, quando la società era drasticamente più lenta.

In un mondo completamente nuovo, il modello scolastico italiano è rimasto immutato, portando non poche difficoltà per gli insegnati, in primis la gestione della classe e degli studenti. Quando parliamo di gestione della classe non dobbiamo pensare che gli studenti in sé siano improvvisamente diventati dei “diavoli”, che siano improvvisamente diventati tutti ingestibili, maleducati e impertinenti. Semplicemente gli studenti di oggi sono il frutto del loro tempo, delle loro esperienze, della loro esistenza. Chiaramente la scuola italiana di oggi non è più un tipo di scuola che si adatta a loro, al loro pensiero, ai loro strumenti, alla loro velocità. È una scuola che non è in grado di trasmettere loro emozioni, e di conseguenza nozioni o competenze.
La mera trasmissione del sapere che il nostro sistema scolastico ha portato avanti fino ad oggi non è più sufficiente. È ovvio che dobbiamo anche -ancora- trasmettere un sapere- ma non basta. On line esistono migliaia di tool e contenuti che trasmettono il sapere: possiamo citare wikipedia per essere banali, ma soprattutto dobbiamo citare i migliaia di video eccellenti realizzati dai massimi esperti mondiali di qualsiasi argomento. Come possiamo pensare che il nostro ruolo sia quello di essere dei docenti-wikipedia? Come possiamo ostinarci ad insegnare – ad esempio- la sintesi proteica nello stesso identico modo di come è stata insegnata 30 anni fa, mentre online esistono centinaia di video eccellenti, con immagini, contributi audio, ricostruzioni 3D e coinvolgenti spiegazioni? Non accorgersi di essere fuori dai tempi è un gravissimo errore che noi docenti non possiamo più permetterci di fare. Dobbiamo ridisegnarci come professionisti in grado di cogliere i tempi, dobbiamo studiare quello che le neuroscienze e le ricerche educative ci dicono, perché non possiamo insegnare se non sappiamo come la mente impara. La nostra grande fortuna è proprio questa: oggi, a differenza di 20 anni fa, sappiamo come funziona la mente, come la mente impara e sappiamo quindi cosa serve per rendere l’apprendimento efficace e la scuola un luogo amato dagli studenti.

L‘oggetto del nostro mestiere, mi sembra ormai chiaro, è proprio la mente: la nostra efficacia e la nostra professionalità risiede proprio lì, nella piena comprensione dei processi mentali di apprendimento.

Quindi come funziona l’apprendimento e la mente umana?

perchè agli studenti non piace la scuolaUna delle tante definizioni dice che l’apprendimento è un processo che porta ad un cambiamento e che avviene come risultato di un’esperienza. Il primo elemento importante di questa definizione è che l’apprendimento non è un PRODOTTO, ma un PROCESSO. Il nostro sistema scolastico invece lo considera quasi sempre solo come un prodotto, che quasi sempre sfocia in una verifica o interrogazione. Siamo noi docenti prima di tutto a vedere quel voto come una performance, come un prodotto finale, e a volte ci dimentichiamo di dare valore al processo.

Un esempio chiarificatore, e che è nelle esperienze di ogni docente, è quello del valore di un voto. Capita a tutti di dare lo stesso voto a due studenti, ad esempio dare 6 a Luca e dare 6 a Lucia. Eppure si tratta di due voti incredibilmente diversi, perché Luca è uno studente che di solito prende 3, che è demotivato, distratto. Ma questa volta Luca si è impegnato, e dopo un grande sforzo e uno studio proficuo, è arrivato a prendere 6. Il suo impegno è stato davvero eccellente. Nella stessa verifica anche Lucia ha preso 6, ma Lucia è l’esempio opposto: è estremamente brillante in tutte le materie, ha un media dell’8, ma negli ultimi mesi sta dimostrando pochissimo impegno. Eppure abbiamo dato 6 ad entrambi: abbiamo perso la possibilità di valorizzare il processo perché mettendo quel voto sul registro rinunciamo a dire qualcosa su Luca e Lucia: quel 6 non racconta assolutamente nulla del loro processo, di come sono arrivati a quel 6. Dando quel voto noi vediamo solo un prodotto cognitivo, mentre ci dobbiamo ricordare che l’apprendimento è un processo ed è anche un cambiamento.

Cambiare anche gli studenti e l’oggetto dei loro studi

Il cambiamento sistemico che dovremmo realizzare è un cambiamento che non coinvolge solo noi docenti. Un cambiamento anche nelle prassi a cui abbiamo abituato i nostri studenti: fino ad ora noi abbiamo chiesto loro una sola cosa, di essere il più fedeli possibile al testo scolastico e di sapere a memoria un numero enorme di dati, fatti, concetti, formule. Io sostengo invece che dovremmo puntare a meno idee, meno nozioni, ma più grandi. Dovremmo puntare ad una conoscenza più significativa, e meno dettagliata.

L’apprendimento “agito”, il contesto, l’attribuzione di senso e le endorfine

Le neuroscienze ci rivelano una serie di dati davvero interessanti per la nostra professione, che possiamo riassumere in questi semplici punti:

L’apprendimento deve essere “agito”: l’apprendimento, per poter essere efficace, deve essere spostato sull’azione, perché l’apprendimento avviene quando viene AGITO dallo studente, e non SUBITO. Questo significa che l’esperimento, la prova, la messa in campo e quindi l’esperienza, sono fondamentali. L’apprendimento è un fatto esperienziale.

Il contesto determina il successo dell’apprendimento. Sappiamo dalle neuroscienze che l’apprendimento è sicuramente una interazione fra fattori che sono soggettivi (appartengono al soggetto) e il contesto specifico in cui vengono somministrati. Ecco perché è importante la classe, il tipo di classe, la stanza, la luce, l’arredamento, l’ambiente dove si apprende e, primo fra tutti, il clima. Se l’ambiente che circonda gli alunni è angoscioso e ansiogeno le funzioni corticali frontali vengono inibite e quindi l’attenzione e la memoria non vengono in nessun modo stimolate. È chiaro come le minacce o il clima teso possano essere i primi fattori nemici dell’apprendimento. Il successo nell’apprendimento parte dall’instaurazione di una relazione empatica, rilassata e creativa con gli studenti.

– Non c’è apprendimento se non c’è attribuzione di senso. Troppo spesso i nostri studenti ci rivolgono una domanda- in realtà semplice e onesta- a cui può capitare di non saper dare risposta: “scusi prof, ma sapere questo concetto a cosa mi servirà?”. Troppo spesso diamo delle risposte che privano i nostri studenti di un aggancio con il reale, perdendo una grande occasione, ovvero quella di attribuire il senso a quello che stiamo spiegando: “vedrai, vedrai che ti servirà”. Dobbiamo tenere conto che queste sono in particolar modo domande che altro non sono che richieste di aiuto. L’alunno mi sta dicendo: prof, aiutami a dare un senso pratico e pragmatico a questo concetto astratto, aiutami a legarlo al mondo reale, a dargli un appiglio nell’azione e nell’esperienza. Questa domanda ci viene rivolta sopratutto davanti alle spiegazioni di concetti astratti, soprattutto in matematica. Rispondere “vedrai che ti servirà” non fornisce un contesto reale, non aiuta a dare una attribuzione di senso. È una occasione sprecata.

Le endorfine ( e l’umore dell’insegnante) sono un eccellente motore per l’apprendimento. In particolare le endorfine che vengono rilasciate durante una sfida- gioco o durante la risata-divertimento diventano preziose per portare le informazioni nel “cassetto” della memoria. Al contrario la minaccia, la punizione e l’eccessiva serietà, inibiscono l’apprendimento perché azzerano la produzione di endorfine, di emozioni positive ed empatia. Chiaramente l’umore dell’insegnante e la sua attitudine influenzano moltissimo l’attenzione della classe e l’apprendimento. Il professore che scherza, che sorride, che fa battute sta facendo egregiamente il suo lavoro perché libera endorfine e rende l’ambiente leggero ed empatico. E questo dovrebbe farci riflettere sul nostro modo di presentarci alla classe (sorridiamo? sbuffiamo? ci lamentiamo? minacciamo?) e di come illustriamo ogni singola lezione (con noia, ripetendo senza pathos, stando sempre seduti?) .

Ma come avviene l’apprendimento a livello neuronale? E quale metodo di studio possiamo consigliare agli studenti?

Le neuroscienze ce lo confermano: l’apprendimento avviene grazie al rafforzo sinaptico che avviene grazie alla ripetizione. Eppure pochissimi studenti ripetono, e ancora meno lo fanno a voce alta. Ripetere è invece fondamentale: rievocare il contenuto è necessario perché la nostra memoria rinforzi le connessioni che quell’apprendimento ha creato. Quindi il rinforzo delle sinapsi avviene solo se c’è una continua ripetizione del contenuto.

Esiste però un’eccezione: le emozioni. Se siamo in grado di emozionare la nostra platea, di colpirla nel profondo, questa non avrà necessità di ripetere il concetto più volte per imprimerlo nella propria memoria perché sarà immediatamente archiviato.

La ripetizione del concetto spetta solo allo studente?

No, anche noi docenti dobbiamo essere in grado di ripetere un singolo argomento più volte durante l’anno, in contesti, in situazioni diverse e con profondità diverse. Piuttosto che affrontare un singolo argomento in una lezione, chiuderlo e fare una verifica finale che pone fine alla trattazione, dovrei abituarmi a riproporre quello stesso concetto più volte alla classe, ri-approfondirlo in momenti diversi dell’anno e nella programmazione didattica, creando connessioni inattese con argomenti nuovi.

Questo sforzo è necessario perché a noi insegnanti interessa la memoria di lavoro, o memoria a breve termine, perché è quest’ultima che si occupa dell’attenzione selettiva, che è il motore della consapevolezza. Ripetere i concetti agli studenti in momenti, situazioni e contesti diversi permette agli studenti di soffermarsi, di ritornare sullo stesso concetto ma partendo da punti diversi. Questa operazione permette di avere accesso alla memoria di lavoro, e successivamente di approdare alla memoria a lungo termine.

Ed è sempre in questo frangente che dobbiamo trasmettere la rilevanza di quello che insegniamo perché la memoria di lavoro funziona esattamente come un filtro antispam: impedisce alle informazioni irrilevanti di raggiungere l’hard disk. Se i nostri studenti pensano che quello che stanno studiando sia irrilevante, non lo ricorderanno mai.

Quali sono le informazioni che hanno più chance di essere trasferite dalla memoria a breve termine alla memoria a lunga termine?
– le informazioni che aiutano a sopravvivere o che coinvolgono il benessere personale (se mi dicono che il fuoco mi scotta, non lo toccherò)
– le informazioni legate a forte emozioni negative e positive
– le informazioni interessanti, coinvolgenti, motivanti
– le informazioni il cui senso viene profondamente compreso

Scientificamente è quindi provato che processi cognitivi e processi emotivi sono assolutamente connessi e che emozioni e apprendimento sono intimamente collegati. È chiaro quindi che, date queste considerazioni, la scuola italiana ha il dovere di tenere in considerazione questa preziosa connessione. Le emozioni devono trovare un loro spazio nella didattica e nella scuola, e devono trovarlo in modo ufficiale e con una certa urgenza.


Per approfondire:

Perché agli studenti non piace la scuola? Questo libro affronta l’interrogativo ricorrente di genitori e insegnanti rovesciando il luogo comune che, per apprendere, fatica e tedio siano inevitabili.
Daniel Willingham ci ricorda come l’atto di apprendere sia intrinsecamente piacevole e come sia essenziale che anche a scuola si produca la gratificazione a esso associata. Riuscirvi è meno difficile di quel che sembri e diviene sempre più necessario. L’autore, partendo dalla ricerca nell’ambito delle neuroscienze, indaga le metodologie didattiche alla luce dei processi cognitivi e ci svela, con semplicità e capacità comunicativa, come si possono trasformare le pratiche quotidiane di insegnamento per renderlo più coinvolgente e al tempo stesso più efficace.

In «Didattica»

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