
Che io sappia, Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia non si parlano in pubblico (articoli, programmi televisivi, conferenze) mentre Pasolini è in vita: non sono neanche sicuro che si siano mai incontrati. Ma c’è un passo famoso in cui questo incontro avviene: le prime pagine dell’Affaire Moro, che esce tre anni dopo la morte di Pasolini.
Era successo questo. Il 16 marzo 1978 le Brigate Rosse avevano rapito il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, e dopo quasi due mesi di detenzione lo avevano ucciso. Chiuso nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, il cadavere era stato lasciato a Roma in Via Caetani, a metà strada tra la sede del Partito Comunista e quella della Democrazia Cristiana. Raccontati brevemente i fatti in classe (anche in un’ottica interdisciplinare: storia + letteratura + educazione civica), si possono leggere insieme le prime pagine dell’Affaire Moro, che esce a pochi mesi di distanza dall’assassinio di Moro e della sua scorta.
Sciascia aveva allora cinquantasette anni ed era già uno scrittore celebre. Il suo romanzo più noto, Il giorno della civetta, era uscito nel 1961; da allora, i suoi saggi e i suoi commenti per i giornali (i quotidiani «Corriere della Sera» e «La Stampa», il settimanale «L’Espresso») non avevano mai smesso di far discutere. La tesi fondamentale dell’Affaire Moro è che Moro si sarebbe potuto salvare, trattando con i terroristi (com’era avvenuto e avverrà in occasioni simili), ma che né i suoi amici di partito (la Democrazia cristiana) né i suoi avversari del Partito Comunista vollero farlo. Colpevoli sono le Brigate Rosse; ma colpevoli sono anche gli uomini politici che hanno seguito quella che venne chiamata la “linea della fermezza”. Giusto? Sbagliato? Non è facile rispondere. Ciò che si può dire è che al di là delle idee che Sciascia argomenta, L’affaire Moro è un piccolo capolavoro di stile. E le sue prime pagine sono, come si diceva, ispirate alla figura e all’opera di Pier Paolo Pasolini:
Ieri sera, uscendo per una passeggiata, ho visto nella crepa di un muro una lucciola. Non ne vedevo, in questa campagna, da almeno quarant’anni: e perciò credetti dapprima si trattasse di uno schisto del gesso con cui erano state murate le pietre o di una scaglia di specchio; e che la luce della luna, ricamandosi tra le fronde, ne traesse quei riflessi verdastri. Non potevo subito pensare a un ritorno delle lucciole, dopo tanti anni che erano scomparse. Erano ormai un ricordo: dell’infanzia allora attenta alle piccole cose della natura, che di quelle cose sapeva fare giuoco e gioia. Le lucciole le chiamavamo cannileddi di picuraru, cosi i contadini le chiamavano. Tanto consideravano greve la vita del pecoraio, le notti passate a guardia della mandria, che gli largivano le lucciole come reliquia o memoria di luce nella paurosa oscurità. Paurosa per gli abigeati frequenti. Paurosa perché bambini erano di solito quelli che si lasciavano a guardia delle pecore. Le candeline del pecoraio, dunque. E ogni tanto ne prendevamo qualcuna, la tenevamo delicatamente chiusa nel pugno per poi aprirne a sorpresa, tra i più piccoli di noi, quella fosforescenza smeraldina.
Era proprio una lucciola, nella crepa del muro. Ne ebbi una gioia intensa. E come doppia. E come sdoppiata. La gioia di un tempo ritrovato – l’infanzia, i ricordi, questo stesso luogo ora silenzioso pieno di voci e di giuochi – e di un tempo da trovare, da inventare. Con Pasolini. Per Pasolini. Pasolini ormai fuori del tempo ma non ancora, in questo terribile paese che l’Italia è diventato, mutato in se stesso («Tel qu’en Lui-même enfin l’éternité le change»). Fraterno e lontano, Pasolini per me. Di una fraternità senza confidenza, schermata di pudori e, credo, di reciproche insofferenze. Per mia parte, sentivo come un muro che ci separasse una parola a lui cara, una parola-chiave della sua vita: la parola «adorabile». Può darsi che questa parola io l’abbia qualche volta scritta, e sicuramente più volte l’ho pensata: ma per una sola donna e per un solo scrittore. E lo scrittore – forse e inutile dirlo – è Stendhal. Pasolini trovava invece «adorabile» quel che per me dell’Italia era già straziante (ma anche per lui, ricordando un «adorabili perché strazianti» delle Lettere luterane: e come si può adorare ciò che strazia?) e sarebbe diventato terribile. Trovava «adorabili» quelli che inevitabilmente sarebbero stati strumenti della sua morte. E attraverso i suoi scritti si può compilare come un piccolo dizionario delle cose per lui «adorabili» e per me soltanto strazianti e oggi terribili.
Le lucciole, dunque. Ed ecco che – pietà e speranza – qui scrivo per Pasolini, come riprendendo dopo più che vent’anni una corrispondenza: «Le lucciole che credevi scomparse, cominciano a tornare. Ne ho vista una ieri sera, dopo tanti anni. Ed e stato cosi anche con i grilli: per quattro o cinque anni non li ho sentiti, ora le notti sono sterminatamente gremite del loro frinire».
(L. Sciascia, L’affaire Moro, Adelphi, Milano 1994)
Ecco, si tratta intanto di leggere questa pagina molto bella ma non facile. E si tratta di spiegare perché è bella, e di chiarire tutto ciò che può essere opaco per un lettore inesperto: bisogna dire che il verso in francese è un celeberrimo verso di Mallarmé («Tale che in sé stesso infine l’eternità lo muta»); che le Lettere luterane sono una raccolta di articoli scritti da Pasolini nei suoi ultimi anni di vita; e ovviamente bisogna chiarire il significato di alcune parole difficili (Sciascia è uno scrittore dottissimo, il suo vocabolario non è alla portata di tutti): schisto, ricamarsi, largire, abigeato, smeraldino…
Dopodiché si possono fare almeno due cose.
La più ovvia è continuare con la lettura del saggio di Sciascia. Lettura integrale, se c’è il tempo (e il tempo generalmente non c’è: ma si può scegliere L’affaire Moro come libro di lettura per il penultimo o ultimo anno di superiori); o lettura parziale, di uno o più brani. Se ne posso suggerire uno, direi quello in cui Sciascia fa una originale explication de texte: prende cioè la telefonata con la quale uno dei terroristi che hanno sequestrato Moro comunica alla famiglia Tritto (amici dei Moro) l’assassinio del prigioniero, la mette su carta e ne analizza con grande intelligenza e sensibilità il contenuto e, soprattutto, la forma, il tono.
Ma dal brano di Sciascia si può passare a Pasolini, e leggere insieme agli studenti l’articolo delle lucciole cui Sciascia allude nelle prime pagine del suo pamphlet. Nel febbraio del 1975, Pasolini aveva pubblicato sul «Corriere della Sera» un articolo dal titolo Il vuoto del potere in Italia. Il testo parte da un’immagine poetica: la scomparsa delle lucciole. Quest’immagine viene utilizzata come un segno e come uno strumento per la periodizzazione. Esiste – sostiene Pasolini – una storia d’Italia prima della scomparsa delle lucciole ed esiste una storia d’Italia dopo la scomparsa delle lucciole. Attraverso l’immagine delle lucciole Pasolini propone una lettura della metamorfosi del potere in Italia individuando una sostanziale continuità tra il fascismo e la repubblica nata nel 1946, e una radicale discontinuità tra gli anni dell’immediato dopoguerra e gli anni del boom economico. Non è il fascismo, sostiene Pasolini, ad aver trasformato l’Italia e l’indole degli italiani, bensì la civiltà dei consumi che è venuta consolidandosi negli anni Cinquanta e Sessanta. Ecco un brano di questo articolo famoso (tanto famoso, in quegli anni, che Sciascia può alludervi senza mai citarne il titolo):
Nei primi anni Sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta). Quel “qualcosa” che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque “scomparsa delle lucciole”.I
l regime democristiano ha avuto due fasi assolutamente distinte, che non solo non si possono confrontare tra loro, implicandone una certa continuità, ma sono diventate addirittura storicamente incommensurabili. La prima fase di tale regime (come giustamente hanno sempre insistito a chiamarlo i radicali) è quella che va dalla fine della guerra alla scomparsa delle lucciole, la seconda fase è quella che va dalla scomparsa delle lucciole a oggi. Osserviamole una alla volta.
Prima della scomparsa delle lucciole
La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta […]. La democrazia che gli antifascisti democristiani opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale.Si fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano. Tale gestione del Vaticano era possibile solo se fondata su un regime totalmente repressivo. In tale universo i “valori” che contavano erano gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la Patria, la famiglia, l’obbedienza, la disciplina, l’ordine, il risparmio, la moralità. Tali “valori” (come del resto durante il fascismo) erano “anche reali”: appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l’Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in cui venivano assunti a “valori” nazionali non potevano che perdere ogni realtà, e divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato: il conformismo del potere fascista e democristiano […].
Dopo la scomparsa delle lucciole
I “valori” nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. E non servono neanche più in quanto falsi […]. A sostituirli sono i “valori” di un nuovo tipo di civiltà, totalmente “altra” rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale. Questa esperienza è stata fatta già da altri Stati. Ma in Italia essa è del tutto particolare, perché si tratta della prima “unificazione” reale subita dal nostro paese; mentre negli altri paesi essa si sovrappone con una certa logica alla unificazione monarchica e alla ulteriore unificazione della rivoluzione borghese e industriale. Il trauma italiano del contatto tra l’“arcaicità” pluralistica e il livellamento industriale ha forse un solo precedente: la Germania prima di Hitler. Anche qui i valori delle diverse culture particolaristiche sono stati distrutti dalla violenta omologazione dell’industrializzazione: con la conseguente formazione di quelle enormi masse, non più antiche (contadine, artigiane) e non ancor moderne (borghesi), che hanno costituito il selvaggio, aberrante, imponderabile corpo delle truppe naziste. In Italia sta succedendo qualcosa di simile: e con ancora maggiore violenza, poiché l’industrializzazione degli anni Settanta costituisce una “mutazione” decisiva anche rispetto a quella tedesca di cinquant’anni fa. Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a “tempi nuovi”, ma a una nuova epoca della storia umana, di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma, naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla. Io, purtroppo, questa gente italiana, l’avevo amata: sia al di fuori degli schemi del potere (anzi, in opposizione disperata a essi), sia al di fuori degli schemi populisti e umanitari. Si trattava di un amore reale, radicato nel mio modo di essere. Ho visto dunque “coi miei sensi” il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione. Cosa che non era accaduta durante il fascismo fascista, periodo in cui il comportamento era completamente dissociato dalla coscienza.
(P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 2015)
Passano tre anni, e Sciascia si ricorda di questo articolo di Pasolini. Ma Pasolini nel frattempo è stato ammazzato, e il dialogo non può più aver luogo se non attraverso la scrittura. Perché Sciascia sceglie proprio questo interlocutore, per aprire il suo libro sul caso Moro? Per capirlo, occorre andare avanti nella lettura, occorre avere qualche nozione relativa alla storia italiana dopo la Seconda guerra mondiale (chi era Moro e, soprattutto, che cosa significava per gli intellettuali di sinistra come Pasolini e Sciascia?); e sarebbe utile anche leggere integralmente gli articoli che Pasolini pubblica sul «Corriere della Sera» nei primi anni Settanta, e che poi vengono raccolti nei volumi Scritti corsari e Lettere luterane. Insomma, mettere bene a fuoco pochi paragrafi di Sciascia significa imparare molte cose che stanno al di fuori di quei paragrafi – non è del resto una delle ragioni per cui si studia?