1966. L'alluvione di Firenze e il Cristo del Cimabue salvato dal fango

08/11/2016

Si sono svolte il 4 novembre a Palazzo Vecchio le celebrazioni in ricordo dell’alluvione di Firenze del 1966.
Cinquant’anni dopo, il Crocifisso di Cimabue sommerso dal fango nel Cenacolo della Basilica di Santa Croce e le altre opere d’arte danneggiate dalle acque dell’Arno restano i simboli della città spazzata via dalla piena e soccorsa dagli angeli del fango.

È l’alba del 4 novembre 1966, piove da una settimana, l’Arno è in piena, si teme per il Ponte Vecchio, la paura è che la costruzione non regga l’urto della massa d’acqua. I vicini frati di Santa Croce si alzano al buio, la luce è saltata; i frati sono forse i primi ad accorgersi che il pericolo è ben maggiore, si affacciano sulla piazza, la piazza è allagata, le macchine navigano come barche. Il fiume è traboccato dai suoi argini e conquista le strade, l’acqua sale inesorabile senza risparmiare nulla, tutto sommerge, piega, rovina. Il fiume penetra nelle case, le mura si sbrecciano, entra in ogni dove e quel che non spezza e spazza via, piega e trasforma. La furia degli elementi è un flagello, l’acqua investe tutto: vite, case, storia, arte. La gente scappa. Nel centro storico, non vi sono più strade, ma fiumi in piena e Firenze si trasforma in laguna. In tre ore tutto il centro è invaso dall’acqua. Il fiume penetra e profana le vecchie contrade di Firenze, entra ovunque. alluvione-firenze-arno-1966La gente incredula dalle finestre osserva l’Arno che stravolge la città. Il cataclisma sembra senza fine, un’improvvisa Apocalisse che pare non aver rispetto e timore neppure per l’antica e sacra Bellezza. Entra nel Palazzo degli Uffizi, spalanca la porta della Basilica di Santa Croce, i frati corrono a salvare i corali, il Cristo del Cimabue rimane quasi sommerso nel Cenacolo. Raggiunta la piazza del Duomo, l’Arno cerca persino di divellere la Porta del Paradiso.
L’acqua invade gli Uffizi, il pericolo maggiore riguarda il Corridoio Vasariano, la celebre Galleria di Autoritratti che corre parallela all’Arno, il pavimento balla per la violenza della pressione dell’acqua, il corridoio potrebbe crollare da un momento all’altro, si vive intensamente il drammatico salvataggio delle opere. E intanto nella Biblioteca Nazionale i custodi cercano di sottrarre alla furia degli elementi il più possibile, prima di pensare a salvare loro stessi.

È l’alba del 5 novembre, finalmente la tregua; l’acqua è calata, non si sente più il rumore furioso del fiume, al suo posto vi è un silenzio terrificante, il silenzio del lutto.
Finalmente il diluvio è cessato e le acque si separano nuovamente dalla terra, l’Arno torna nel suo corso regolare, restituendo l’asciutto. Ma ovunque è melma, liquame maleodorante, detriti; tutto è imbrattato da fango e nafta.
La gente scende lungo le strade; in un primo momento si vedono le persone camminare come fantasmi: spossate, sgomente, pare non ci sia altro da fare che constatare i danni, osservare le macerie. Nulla è stato risparmiato: 35 vite, case, negozi, chiese e palazzi, vita, lavoro,  memoria.
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Ma poi in fretta le radici e l’orgoglio dei fiorentini riprendono vigore e, spinta dal sindaco Bargellini, Firenze si riprende la vita! Con forte spirito e grande tenacia si mettono tutti a spalare e un mese dopo la città già rinascerà. Tutti insieme i fiorentini si piegano fieri per restituire il Bello. Firenze da sola però non ce la può fare, tutta l’Italia, tutto il mondo arriva in soccorso del capitale umano e culturale di Firenze. Insieme ai soldi, arrivano gli Angeli del fango, centinaia e centinaia di giovani che lavorano per salvare gente, libri, opere d’arte. I sotterranei della Biblioteca Nazionale diventano il simbolo di questo sforzo straordinario, sono una Babele, una Babele però in cui lingue diverse comunicano tra loro grazie ad uno spirito comune, lo spirito dell’amore per la Bellezza, per la Storia, la Cultura. Si assiste a un mobilitazione senza precedenti, Firenze vive un’avventura collettiva di grande fecondità. Un clima straordinario di partecipazione che si radicherà nella memoria a costruire l’identità dei futuri conservatori delle realtà culturali della città.
L’esperienza travolgente della Natura matrigna, diventa humus fecondo di riscoperta della solidarietà tra gli uomini.

50 giorni dopo, il 24 dicembre, papa Paolo VI celebra la messa della Vigilia di Natale in Santa Maria del Fiore. La città, scossa nelle sue radici cristiane, sembra ricevere un’infinita carezza e viene risollevata nel cuore. Il papa ha deciso di celebrare questa messa a Firenze, non solo per portare la sua partecipazione alla fatica della città e dire la sua ammirazione per la laboriosità che i fiorentini hanno ancora una volta saputo mettere in atto, ma soprattutto per invitare il popolo a rinascere.

“Rinascere Popolo vivo e unito; Popolo laborioso e credente, Popolo tipico e moderno. Rinascere, Figli Carissimi, è una grande parola, spesso fraintesa dai satelliti della moda, o dai sovversivi delle strutture. È una parola che sa di utopia per chi non conosce il Natale. Rinascere vuol dire rifare se stessi, i propri pensieri, i propri propositi… La vostra vocazione, Fiorentini, è nello spirito, la vostra missione è nel diffonderlo. Ed è per riaccendere in voi cotesta coscienza e cotesta fiducia, in un’ora che può essere decisiva per il vostro orientamento morale, che noi siamo venuti a celebrare il natale con voi; il natale non solo di Cristo, ma vostro, il natale della speranza cristiana”.

Finita la celebrazione, il papa chiede di poter veder il Cristo del Cimabue che egli stesso definisce la vittima più illustre dell’alluvione.
Il papa si sofferma di fronte a quel Legno in una preghiera silenziosa.
Quel legno ritrae uno dei primi Christus patiens dell’arte occidentale; l’iconografia propone un Cristo sofferente e non trionfatore sulla morte. Ritrae Cristo uomo, ritrae Dio che si è reso tanto solidale con l’Uomo da condividerne fino in fondo il destino di dolore. Cristo che si è reso obbediente sino alla morte; chi guarda quel Crocifisso con gli occhi della fede, sa e crede che quell’uomo è risuscitato e che proprio con la Sua morte ha redento l’umanità e ha donato la vita per sempre.

1966 - l'alluvione di Firenze

1966 – l’alluvione di Firenze

Simbolo dell’Alluvione e della Risurrezione di Firenze, il legno di Cimabue si è così offerto quella notte alla meditazione di Paolo VI e alla meditazione di ogni fedele che poi si sia inginocchiato ai suoi piedi.

Il legno medievale inzuppato, che aveva perso il 70% della sua pittura, è stato successivamente sottoposto a un lungo e innovativo restauro che lo ha riportato in vita.
Il lungo lavoro è divenuto esso stesso simbolo speciale di devastazione e restituzione perché, non solo ha ridato vita all’opera, ma è stato anche l’occasione da cui è nata una nuova metodica d’intervento, definita astrazione cromatica. La gravità delle lacune, sommata, non solo all’importanza storico-artistica dell’opera, ma soprattutto al nuovo significato simbolico che il Crocifisso ha assunto nella tragica esperienza collettiva, ha generato singolare capacità di ingegno ai restauratori che si sono resi così capaci di creare una nuova tecnica di restauro, poi utilizzata per molti altri dipinti.
E così il Crocifisso di Cimabue di Santa Croce è divenuto sempre più il simbolo dell’Alluvione e Risurrezione dello spirito creativo fiorentino.

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