Flipped Classroom: ecco come prende vita l'attività didattica del professor Grossi

08/03/2017

Fumetti digitali, videolezioni e gruppi Facebook: sono queste gli strumenti spesso utilizzati da chi ama la Flipped Classroom (o classe capovolta). Ma attenzione, per attuare la classe capovolta non servono per forza le nuove tecnologie, “basterebbe ideare attività di apprendimento che mettano al centro lo studente, rendendolo protagonista dell’apprendimento”. Ce lo assicura Eros Grossi, insegnante di Lettere presso il Liceo Scientifico Statale “Vito Volterra” di Ciampino (RM), che ha abbracciato da anni la didattica della Flipped, e che abbiamo intervistato per capire come cambia il lavoro di un professore che decide di capovolgere il suo modus operandi.

Flipped classroom in Italia: a che punto siamo? Comincia ad essere una tendenza di grande portata o sono ancora pochi i professori che la applicano?

Prima di fare il punto della situazione, direi che c’è bisogno di una premessa. Siamo sicuri di sapere cos’è la “classe capovolta”? Cerco di spiegarmi meglio. La vulgata vuole che l’insegnante capovolto deleghi la cosiddetta spiegazione ad una video-lezione che lo studente guarda a casa, mentre in classe lo stesso studente è impegnato in attività di natura laboratoriale. Questa visione è assolutamente legittima, ma del tutto limitante rispetto alle reali intenzioni dei pionieri di questa strategia didattica. Come già detto da Eric Mazur, professore di fisica applicata ad Harvard e tra i primi sperimentatori in assoluto del “metodo” (nel 1991, durante i suoi corsi universitari), per fare classe capovolta non c’è bisogno necessariamente di alcuna video-lezione, ma basterebbe ideare attività di apprendimento che mettano al centro lo studente, rendendolo protagonista dell’apprendimento. Capirete bene che, adottando questo punto di vista, potremmo paradossalmente trovare un valido antesignano della classe capovolta già nella maieutica socratica. Bene, fatta questa premessa, direi che in Italia abbiamo tutto un gruppo di docenti (minoritario sicuramente rispetto alla massa, ma sempre più ampio), che sperimenta attivamente uno dei tanti modelli possibili di classe capovolta e si raduna attorno a gruppi Facebook o ad altre comunità online di pratica. Si tratta spesso di docenti animati da una voglia reale di cambiare la scuola. Quello che non mi convince a volte, in tutto questo fervore, è spesso la mancanza di prospettiva storica e, di conseguenza, l’idea di essere apostoli di una sorta di buona novella da diffondere tra colleghi finora vissuti nelle tenebre.

2) C’è chi dice che il limite della Flipped sia la materia stessa di insegnamento, ovvero che esistono discipline in cui può essere utile, e altre in cui è assolutamente impensabile una sua attuazione. Tu insegni Lettere, qual è la tua esperienza di docente in area umanistica, e quali esperienze negative ti è capitato di cogliere?

Ovviamente non ho esperienza diretta di classe capovolta in discipline che non siano le mie. Tuttavia posso dire, con relativa sicurezza, che il limite della flipped classroom non va identificato con le singole discipline, ma con alcune specifiche attività che si sviluppano all’interno di ogni singola disciplina. Facciamo un esempio. Molti docenti capovolti identificano nella lezione frontale un nemico, simbolo di un modo retrogrado di fare didattica. Ora, non solo non sono affatto d’accordo con questa demonizzazione (la quale non tiene conto di “modi alternativi” di condurre una lezione frontale), ma ritengo che, in alcuni contesti e per alcune attività, la lezione frontale sia ancora uno strumento insostituibile. Perciò, tornando alla tua domanda, esistono sicuramente attività per le quali la flipped classroom non sembra essere un utile strumento. Riguardo alle esperienze negative, invece, sicuramente ne ho avute; analizzandole con il senno di poi, però, esse non sono dipese tanto dalla flipped quanto da una cattiva progettazione dell’intera attività.

3) Alcuni docenti mostrano interesse per la flipped, ma l’idea di impostare un nuovo metodo, nuove lezioni, nuovi flussi, li spaventa. Come organizzi il tuo lavoro di preparazione delle lezioni?

Insegno ormai da circa 14 anni e, se ripenso a come preparavo le lezioni agli inizi della mia carriera, molto è cambiato. Un tempo passavo interi pomeriggi a studiare, perché sentivo che l’università non mi aveva preparato adeguatamente all’insegnamento delle mie discipline. Oggi, devo dire, studio un po’ meno e dedico molto più tempo a quello che il compianto Bruner definiva il cuore dell’insegnamento: ovvero, lo scaffolding. Perciò, il mio impegno maggiore oggi consiste nel selezionare i passi che i miei studenti devono percorrere per raggiungere gli obiettivi che mi sono prefisso per ogni attività di apprendimento. Pertanto, quando ci riesco, mi sforzo di fornire loro sia rubriche per la valutazione dei “prodotti” che dovranno realizzare in classe, così come consegne contenenti le fasi da seguire durante il lavoro in classe e a casa. Ciò non vuol dire comunque che non studio più, anche perché, senza una solida competenza nella propria disciplina, non si è in grado di organizzare una didattica per competenze.

4) Ci fai un praticissimo esempio di lezione flipped su, per esempio, Ungaretti?

Posso portarvi un esempio di un’attività che ho realmente realizzato. L’obiettivo della lezione era quello di rilevare quanto l’esperienza della guerra in Ungaretti fosse condizionata da un bisogno di “realismo”, in contrapposizione alla retorica dell’eroismo propagandata dalle istituzioni dell’epoca.  Per cui, in breve, a casa gli studenti hanno seguito una lezione di introduzione storica alla prima guerra mondiale (le cause e gli eventi principali), in classe abbiamo svolto un’attività di laboratorio volta al confronto tra i termini usati nel cosiddetto Bollettino della vittoria del generale Armando Diaz (4 novembre 1918) e quelli usati dal poeta in poesie celebri quali Veglia o San Martino sul Carso. Al termine dell’attività, gli studenti avrebbero dovuto produrre digitalmente un manifesto celebrativo dei soldati italiani morti sul fronte, usando il lessico ungarettiano.

5) Social network, video, tweet, hashtag, immagini: come si integrano questi elementi, così familiari per i ragazzi, in una pratica didattica che sia proficua e che parli lo stesso linguaggio dei più giovani ?

Non ho una risposta sicura in merito, posso dire però che in breve tempo mi sono reso conto di non aver fatto alcuno sforzo per entrare nel loro mondo, semplicemente perché in quel mondo (fatto di social) ci sono anch’io. Tuttavia non seguiamo gli stessi personaggi, non parliamo lo stesso linguaggio, non facciamo le stesse cose. In altri termini voglio dire che si possono anche frequentare gli stessi ambienti senza parlarsi veramente. Quando un mio studente qualche tempo fa scoprì che avevo un canale Youtube (che io uso per la condivisione delle mie video lezioni), mi disse: “Prof, lei vuole diventare famoso come uno youtuber!” Ora, oltre a prendermi in giro, a questo studente da un lato appariva figo che io fossi presente in quel mondo, dall’altro appariva strano che vi fossi entrato con intenti educativi. Perciò, credo che quello che io, come altri insegnanti come me, mostriamo a questi ragazzi è che il web può essere anche una piazza dove parlare di cose serie.

6) Quali piattaforme/ soluzioni tecnologiche utilizzi per agevolare il tuo lavoro e lo studio dei tuoi alunni?

Non potrei svolgere il mio lavoro senza l’utilizzo dei social didattici: si tratta di ambienti sicuri e pensati appositamente per l’apprendimento, dove posso comunicare e condividere documenti e contenuti con le mie classi. Assieme ai social, non potrei far a meno anche di tutta una serie di strumenti che fanno parte della mia “bottega”: ad es., software per realizzare video lezioni, bacheche virtuali per la cura dei contenuti digitali o, in ultimo, strumenti per la creazione di prodotti multimediali (quali, ad esempio, fumetti digitali).

 

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