Dalla geografia all'arte: le Mappe di Boetti tra realtà e astrazione

18/04/2019

Nel suo libro Geografia, Franco Farinelli spiega come l’immagine del mondo che la geografia costruisce conduca a un «completo rovesciamento della relazione fra immagine cartografica e realtà»: l’aspetto che nella nostra mente ha la Terra, in pratica, è molto più simile a un planisfero che alla verità di paesaggi e confini naturali. Da proiezione e strumento la mappa diventa l’oggetto della conoscenza, in modo non dissimile da altre astrazioni concettuali, come l’algebra o la grammatica.

Alighiero Boetti, Mappa, 1971-73, Roma, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo.

Non sorprende quindi che proprio la mappa sia al centro del lavoro di uno fra i più importanti artisti concettuali italiani, Alighiero Boetti (1940-1994). Le sue Mappe, prodotte dal 1971, sono tessuti ricamati che rappresentano un planisfero politico in cui ogni stato è identificato dai colori della propria bandiera; esse sono solitamente circondate da una cornice più o meno colorata che riporta frasi di vario genere. La produzione di questi arazzi – termine in realtà improprio, in quanto si tratta tecnicamente di tele di lino ricamate – è legata ai viaggi in Afghanistan dell’artista, paese in cui si reca regolarmente dal 1971; durante questi viaggi, Boetti commissiona la realizzazione delle opere a gruppi di ricamatrici locali, lasciando volutamente loro una certa libertà di esecuzione. Libertà, chiaramente, limitata dal soggetto, la più nota e diffusa proiezione del mondo. Con le Mappe Boetti annulla doppiamente la sua personalità d’artista, tanto da dichiarare: «Il lavoro della Mappa ricamata è per me il massimo della bellezza. Per quel lavoro io non ho fatto niente, non ho scelto niente».
Alighiero-Boetti, Mappa, 1984.

Alighiero-Boetti, Mappa, 1984.

Boetti non era nuovo all’interesse per la geografia: già nel 1970 aveva iniziato con la moglie Annemarie Sauzeau il titanico progetto di classificazione che avrebbe portato, sette anni dopo, la pubblicazione del libro d’artista I mille fiumi più lunghi del mondo; anche in quel caso, un elemento naturale, peraltro fluido e scorrevole, veniva trasformato in numero e tabella.

Alighiero Boetti, I mille fiumi più lunghi del mondo, 1977

Alighiero Boetti, OGGI VENTICINQUESIMO GIORNO OTTAVO MESE DELL ANNO MILLE NOVE 100 OTTANTOTTO ALL AMATO PANTHEON INCONTRI E SCONTRI, 1988.

In Boetti la geografia è infatti trattata come un codice: essa è oggetto della sua opera tanto quanto il linguaggio (lettere e parole sono onnipresenti, a cominciare dalle Mappe), i numeri, le date. Tutti elementi che, da un lato, creano un doppio dell’esistente – come è particolarmente evidente nella mappa, una sorta di «paesaggio» convenzionale – dall’altro ci aiutano a definirlo, a ordinarlo.
Nelle Mappe entra però un altro elemento, quello del colore e dell’imprevedibilità del ricamo: nelle mani delle artigiane, le lettere e le bandiere tornano a essere forme e insiemi di linee, prodotto dell’intreccio di mani, occhi e abilità differenti. Ogni ricamo «è diverso, per il colore e per lo stile particolare della donna che lo ha realizzato. Non è dunque né un’opera originale né un multiplo: si inscrivono in una nuova categoria». In questo modo l’artista mescola un linguaggio freddo e astratto con una tecnica vissuta, creando quella che egli stesso definisce un’«immagine di arte concettuale-popolare», che riporta alla concretezza l’astrazione del linguaggio.

Alighiero Boetti, Mappa del mondo, 1989. NewYork, MoMA.

In «Arte»

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